Quando lo spazio stringe o si dissolve: il corpo non dimentica
C’è chi ha paura a salire in ascensore. E chi, al contrario, evita le piazze affollate. Claustrofobia e agorafobia sono disturbi d’ansia sempre più diffusi. A volte entrambe queste paure convivono nella stessa mente e nello stesso corpo, come se il mondo intero non fosse mai davvero un posto sicuro.
Queste paure, contrariamente a quello che chi ne soffre si sente spesso rimproverare, non sono “esagerate” né illogiche.
Spesso sono espressioni prive di parole ma veementi nella manifestazione corporea di esperienze relazionali antiche.
E dietro quei sintomi che tanti etichettano come “debolezze”, si nasconde non di rado una storia di insicurezza e di confini violati.
Agorafobia e claustrofobia: il significato
Cos’è l’agorafobia
L’agorafobia è la paura di trovarsi in spazi aperti, privi di confini, difficili da lasciare o in cui non si può ricevere aiuto. Piazze, supermercati, autostrade, di fronte al mare o davanti ad un panorama aperto in montagna: luoghi che sembrano troppo vasti, troppo scoperti, senza contorni. Il corpo improvvisamente parla: sensazione di dissolversi, di non avere appigli cui aggrapparsi, tremore ed agitazione. Il panico sale se ci si sente senza la possibilità di accedere ad un contenimento ambientale.
Cos’è la claustrofobia
La claustrofobia è la paura degli spazi chiusi: ascensori, stanze senza finestre, metropolitane, aerei. Spazi in cui ci si sente imprigionati e da cui, all’improvviso, sembra impossibile uscire. Il corpo reagisce: il respiro si fa corto, il cuore accelera, si avverte come un senso di schiacciamento spesso nella zona alta del corpo, petto e gola. Il panico sale se ci si sente senza via di fuga.
La mente generalizza, il corpo evita
Il primo attacco di panico, spesso, è lo spartiacque. Arriva in modo improvviso, in un contesto preciso, che sia in metropolitana o in una piazza e per la violenza imprevista con cui si verifica lascia una traccia profonda.
Da quel momento in poi, la mente inizia a generalizzare: evita tutte le situazioni simili nel tentativo di prevenire ancora il panico. Nel cervello, i circuiti della paura si incendiano: le amigdale, i rilevatori di fumo della paura localizzati nelle profondità di ciascuno dei due emisferi cerebrali, restano in costante stato di accensione, il corpo si allerta sempre più facilmente per scartare anche solo le somiglianze con la situazione originaria. Nei casi più estremi, anche un maglione a collo alto o foto di panorami sconfinati possono generare allarme.
Questi circuiti di evitamento secondari, protettivi nel breve periodo, finiscono per restringere sempre più i gradi di libertà della persona. Sembrano difendere, ma nel tempo erodono: lavoro, relazioni, piaceri quotidiani.
Non di rado, quando le persone arrivano per un primo colloquio per sintomi di agorafobia o di claustrofobia, è frequente rintracciare come concomitanti nella vita di quelle stesse persone (a volte in stretto rapporto temporale con l’insorgenza della sintomatologia ansiosa in quei contesti del quotidiano sentiti come costrittivi o come sconfinati) spie di tipo relazionale: una rottura sentimentale recente, difficoltà familiari sullo sfondo, problemi di coppia, squilibri nel bilancio affettivo o nel rapporto con l’ambiente esterno, anche amicale o lavorativo.
Agorafobia e claustrofobia: il significato
Claustrofobia e agorafobia sembrano antitetiche ed invece sono sorelle. Entrambe infatti hanno una radice in comune cui le persone di solito non pensano minimamente quando raccontano della storia della sintomatologia ansiosa: sono due espressioni diverse di una stessa ferita relazionale, che ha le sue radici nella storia di attaccamento dell’individuo.
C’è chi è cresciuto senza sentire di poter avere spazio per esistere, ogni respiro era condizionato: la vicinanza assume i contorni percepiti dell’invasione, le relazioni sono sentite come non libere ma soffocanti, intrusive. Nelle persone claustrofobiche si ritrovano spesso esperienze intime dove la rabbia è stata a lungo schiacciata e ci si è sentiti come prigionieri, dominati da altri percepiti come giudicanti, migliori, superiori. Il risultato è un profondo senso di impotenza.
C’è chi, al contrario, è stato lasciato troppo presto a orientarsi da solo, in un mondo troppo grande, senza una guida e si è sentito sperso, disorientato, confuso come se non ci fosse mai stato un contenimento sicuro da cui partire per esplorare. La sensazione di solitudine è pericolosa e frantumante.
La claustrofobia racconta spesso di un confine invaso, la paura di non potersi sottrarre. L’agorafobia parla della solitudine dell’abbandono, del perdersi in un mondo senza appigli. In entrambi i casi, il corpo diventa mappa: mostra, con precisione involontaria, dove è avvenuta la frattura.
I sintomi diventano messaggeri di come si è imparato, tacitamente, a stare nelle relazioni e di come si è imparato a percepire il mondo esterno ed interno.
Agorafobia e claustrofobia: come se ne esce?
Una delle tecniche più usate nel lavoro terapeutico è quella dell’esposizione graduale, in cui progressivamente, e sempre in un contesto protetto, si ripercorrono le situazioni temute usando l’immaginazione visiva, che sul piano neurologico attiva le stesse aree cerebrali di quando le cose accadono nella realtà: il corpo “crede” a ciò che si immagina.
Così si comincia a costruire una nuova mappa dell’esperienza, in cui l’oggetto temuto non è più una minaccia assoluta, ma qualcosa che può essere guardato da vicino, attraversato.
L’esposizione però, da sola, non basta.
Il problema non è infatti mai davvero la metropolitana, l’ascensore o la piazza. Il problema è la sensazione che si accende nel corpo in quelle situazioni, come un allarme antico che segnala un pericolo più profondo.
Un senso di sopraffazione, una perdita di controllo, la certezza che “non ce la farò”.
Per questo motivo, la psicoterapia non lavora soltanto sull’interruzione dell’evitamento, ma sulla possibilità di stare con ciò che si sente, senza venirne travolti.
Come uscire dalla claustro/agorafobia: non togliere ma dare senso e padroneggiare
Ciò che cura non è la tecnica, quanto la. possibilità di imparare a padroneggiare la sensazione disturbante. Il terapeuta offre una presenza regolante, un punto fermo che accompagna nel contatto graduale con le sensazioni difficili.
In questo spazio si lavora sul corpo, sull’immaginario, sul mondo interno ma anche sulle storie che hanno generato quei vissuti: storie di separazioni, di invadenze, di mancanza di appigli. Tecniche come l’EMDR, la terapia dei sistemi familiari interni, approcci sensomotori e la Mindfulness possono aiutare a sciogliere il nodo tra passato e presente, tra sensazione e significato.
La guarigione inizia nel momento in cui quelle sensazioni non sono più un pericolo, ma un messaggio che possiamo accogliere. E a poco a poco, la paura smette di comandare. Il mondo esterno resta lo stesso, ma la mappa interna cambia. E ciò che sembrava impraticabile, torna ad essere accessibile.





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