L’amore romantico
C’era una volta una bellissima Principessa buona d’animo e modesta.
C’era una volta un giovane Principe coraggioso, leale e forte.
Per colpa della strega cattiva, per colpa del drago sputafuoco la Principessa finisce per essere in pericolo. Arriva il Principe da un posto lontano, salva la Principessa, la bacia, la sposa e la porta a vivere in un meraviglioso castello, per sempre felici e contenti.
Questo più o meno è quello che siamo abituati ad aspettarci sull’amore sin dalla nascita.
Ascoltiamo le storie di Biancaneve e della Bella Addormentata ancora prima di imparare a camminare.
Ci addormentiamo con la mente colma di immagini incantate: il castello, il Principe Azzurro che sveglia la fanciulla con un soave bacio, l’amore eterno, perfetto, senza incrinature, con due cuori che battono all’unisono.
Ma nessuno ci racconta mai cosa avvenga dopo l’arrivo al castello:
…Il Principe e la Principessa scoprono di avere esigenze di vita inconciliabili, lui vuole solo muovere guerra a tutti gli altri Reami e lei vuole tornare a vivere nella sua vecchia torre? .
..Il Principe ad un certo punto ha una crisi di mezza età e si trasforma in Peter Pan?
…Il Regno va in bancarotta perchè la Principessa spende tutti i soldi in scarpette di cristallo?
…Il Principe uccide la Principessa perchè lei vorrebbe rifarsi una vita con il Duca del Regno accanto?
…Se il “per sempre felici e contenti” venisse interrotto da una suocera onnipresente alle cene reali?
…I due hanno un bambino e iniziano a litigare per la stanchezza del sonno accumulato che non sparisce nemmeno con le pozioni magiche più sofisticate?
Biancaneve, Cenerentola, La Bella Addormentata: così come ce le hanno raccontate da bambini o come le abbiamo viste nei cartoni, sono storie in cui i protagonisti sono immersi in un mondo incantato dove il bene vince e l’amore salva.
Queste fiabe ci parlano, senza dirlo apertamente, di un meccanismo psichico arcaico: l’idealizzazione.
Quando creiamo un nuovo legame con qualcuno o qualcosa, non solo un partner, accade qualcosa di simile a una magia: l’altro ci appare perfetto, luminoso, senza ombre.
Un po’ tutti lo facciamo. È come se il cuore, per un po’, avesse bisogno di credere a quella favola. All’inizio del rapporto questo meccanismo ha la funzione di proteggere il legame e di mantenerci vicini.
Per molte persone però questa fisiologica tendenza ad idealizzare almeno per un po’, gli altri o le situazioni, non sfuma mai.
Anzi: resta un meccanismo rigido fisso, che spesso impedisce di vedere la realtà a tutto tondo, in tutte le sfumature che essa ha, finendo in alcuni casi per diventare nel lungo termine una trappola.
Il meccanismo dell’idealizzazione
Cosa significa idealizzare una persona?
You’ll rescue me, right?
In the exact same way they never did
I’ll be happy, right?
When your healing powers kick in
You’ll complete me, right?
Then my life can finally begin
I’ll be worthy, right?
Only when you realize the gem I amA. Morrisette “Precious Illusions”
Questa è una delle mie canzoni preferite di Alanis Morissette, e credo racconti con grande lucidità il bisogno nascosto dietro l’idealizzazione quando diventa rigida: “Se tu mi salverai, se tu mi completerai, se tu curerai le mie ferite, se tu mi farai sentire speciale allora io mi sentirò finalmente degna di amore”
L’idealizzazione è un meccanismo di difesa, una sorta di potente incantesimo (tanto per restare in tema di fiabe) tipico della mente bambina. È una sorta di “visione a tunnel”: un buco nella percezione delle cose dove si tende a ignorare i difetti dell’altro o a percepire la relazione come perfetta. In alcune circostanze, questo meccanismo può rendere difficile uscire da una relazione che è diventata abusante.
Esiste perché i piccoli dei Sapiens hanno per molti anni un bisogno biologico di restare vicini a figure che si prendano cura di loro, non importa quanto quegli adulti siano effettivamente capaci o attenti. Durante la prima infanzia, a differenza dei cuccioli di altri mammiferi, i bambini non sono in grado di provvedere a se stessi in modo autonomo ma devono farlo gli adulti per loro.
Soprattutto nel primo anno di vita, i genitori cercano di interpretare il pianto del bambino: fame, sonno, paura, mal di pancia. Procedono spesso per tentativi ed errori. Se gli adulti possiedono una buona capacità empatica,cioè se riescono a comprendere lo stato mentale del bambino e a rispondere ai suoi bisogni in modo adeguato, il piccolo si sentirà accolto, al sicuro e tranquillo. Imparerà a leggere i propri stati interni grazie all’esperienza con l’altro, sviluppando la percezione di sé come qualcuno importante per gli altri e degli altri come persone su cui poter contare nei momenti di bisogno. Queste sono le radici del cosiddetto attaccamento sicuro.
Molto spesso però da bambini non veniamo nutriti, letteralmente o emotivamente, quando ne avremmo bisogno: veniamo nutriti quando il genitore ritiene che siamo affamati, quando ha voglia di darci da mangiare, nei modi in cui lui o lei preferisce.
A volte non ci sentiamo nutriti affatto, né sul piano materiale né su quello emotivo.
Perchè idealizziamo gli altri?
Quando ciò accade in modo sistematico, si crea una ferita primaria: il bambino non impara a leggersi da dentro; impara a non fidarsi o a non affidarsi; impara che chi ama può anche fare paura; si sente responsabile delle disattenzioni esterne, perché per un bambino è molto più terribile pensare di essere buono in presenza di genitori “cattivi”: se invece pensa “mamma e papà sono buoni, io sono sbagliato, posso fare qualcosa”, sente di avere qualche possibilità di controllo.
Questa esperienza che in termini psicologici viene chiamata mancanza di un attunement (l’essersi sentiti visti e riconosciuti da qualcun’altro) resta come un vuoto nelle viscere che spesso si riattiva negli incontri con l’altro: un partner, un amico.
Nell’età adulta, questa parte “cucciola” può cercare inconsapevolmente di colmare quella ferita antica attraverso comportamenti di dipendenza affettiva, in cui spesso l’altro resta idealizzato. Non di rado, però, le ferite profonde nel proprio sistema di attaccamento spesso la mettono in relazioni in cui finisce per confermarsi quel vecchio senso di solitudine, anziché lenirlo.
Alcune persone, specialmente chi ha imparato che “performare bene” poteva colmare il senso di mancanza, non solo idealizzano l’altro, ma sentono come l’ossigeno la necessità di aderire a un ideale idealizzato di se stesse, temendo che mostrare imperfezioni possa tradursi in rifiuto nelle relazioni.
È un fenomeno molto attuale la diffusione di persone che instaurano legami affettivi con i chatbot. Non si tratta solo di situazioni in cui qualcuno crede davvero che il partner artificiale esista, ma di un fenomeno legato a due fattori principali.
Il primo riguarda la naturale propensione dei mammiferi, e in particolare dei Sapiens, a creare legami affettivi con chi frequentano più spesso. Come dice il Piccolo Principe parlando della sua volpe:
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose. “Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente”, disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo”
A. Saint de Exupery “Il piccolo principe”
Dall’idealizzazione alla svalutazione
A differenza delle relazioni con gli LLM, che non essendo organismi incarnati sono privi di emozioni, bisogni, paure e desideri individuali, nelle relazioni umane l’esperienza della delusione è però inevitabile. Con un chatbot, infatti, possiamo avere l’illusione di essere sempre al centro dell’attenzione, mai messi da parte, mai respinti: se ci sembra di non ottenere quello che vogliamo, basta cambiare prompt. Ma con un partner reale questo non è possibile: prima o poi si sperimenta la delusione, che altro non è che l’emozione delle aspettative infrante.
Come dice Sue Johnson, fondatrice dell’Emotionally Focused Therapy (EFT), le coppie sono come due ballerini di tango: ballando insieme, inevitabilmente, a un certo punto uno pesta i piedi all’altro, o va a sinistra invece che a destra, o ha bisogno di una pausa.
Quando dentro di noi vive ancora quella parte cucciola ferita, la delusione di oggi attiva l’eco di un dolore antico, trasformandosi subito in rabbia da protesta: “Ancora una volta tu non sei come io vorrei. Ancora una volta l’altro non fa le cose per me nel modo che a me serve.”
Così, dall’idealizzazione si passa spesso alla sua antitesi: la svalutazione.
In quei momenti, quelle parti ferite si risvegliano, richiamate dall’esperienza di delusione, e se non abbiamo ancora imparato a gestirle finiranno per alimentare ancora una volta quella profonda ferita che ha a che fare con l’esperienza della vergogna relazionale.
Ancora una volta ci sentiamo sbagliati, una nullità: “Se l’altro non mi dà ciò di cui ho bisogno, dev’essere perché io non vado bene.”
La svalutazione si rivolge allora verso di noi e quella ferita diventa sempre, con il tempo, più profonda.
L’idealizzazione, che inizialmente proteggeva, diventa un binocolo puntato su una sola parte della realtà, che ci impedisce di vedere sia l’altro che noi stessi nella loro interezza.
Nel fondersi inconsapevolmente con le proprie parti bambine infatti la persona oggi continua a rappresentarsi come il bambino che un tempo era: qualcuno privo di autonomia, che, come tutti i cuccioli, è dipendente nel proprio vivere dalla gestione di un altro l’adulto. Si rafforzano schemi dolorosi di lettura di sè come di qualcuno in balia degli altri e della realtà esterna, privo di redini sulla propria vita o sulle proprie scelte, che deve meritare l’amore comportandosi bene o facendosi andare bene anche ciò che non piace. Si carica l’altro, spesso, di un ruolo che inevitabilmente fallirà nel poter mantenere: tutti come umani siamo deludenti per definizione. Questo non fa altro che rafforzare quello che Karpman chiama nel suo modello di lettura delle dinamiche di coppia disfunzionali (il cosiddetto triangolo drammatico) la dinamica Vittima Salvatore.
Non solo quindi l’idealizzazione e le modalità spesso copresenti di dipendenza affettiva limitano nel lungo termine oggi la visione di Sè ma limitano anche la lettura dell’altro: il continuare ad investirlo del ruolo di salvatore, lo svalutarlo quando smette di esserlo ai nostri occhi chi vorremmo fosse non ci permette mai di leggere anche lui o lei per come davvero è.
Non ci aiuta a capire che persona è, con i suoi pregi e difetti reali, e se davvero per come egli o ella è può fare al caso nostro qui, oggi, nel presente.
Smettere di idealizzare gli altri
Nella stanza della terapia, quando lavoro con persone che usano inconsapevolmente questo tipo di meccanismi, ci focalizziamo su tre diversi piani. Il primo, inevitabile, è diventare consapevoli dei propri schemi interni. Questo però raramente è sufficiente per cambiare i comportamenti nel presente.
Una volta compresi i propri perché, diventa necessario, per come è il mio modo di lavorare, muoversi in almeno due direzioni: da un lato elaborare il lutto di ciò che nel passato è mancato, attraversando anche la rabbia che spesso emerge in questo processo. Dall’altro, iniziare a creare oggi quella figura adulta che un tempo non c’è stata: ciò che colloquialmente chiamiamo diventare genitori di se stessi. Non è un passaggio semplice, perché significa riconoscere e distanziarsi dagli antichi schemi, ma è il passo che ci permette di ascoltare davvero bisogni, desideri e paure interiori.
Coltivare uno stato adulto interno significa anche uscire dal piano asimmetrico tipico del “cucciolo con l’adulto”, per muoversi in relazioni paritarie, dove si coopera per obiettivi comuni. In questo senso, smettere di idealizzare gli altri non è un atto di disillusione amara, ma il segno che non stiamo più aspettando un principe azzurro o un salvatore esterno: abbiamo iniziato a prenderci cura di noi stessi, e da lì può nascere un incontro più reale con l’altro.
Voglio amarti senza aggrapparmi a te, voglio apprezzarti senza giudicarti, voglio essere con te senza invaderti, invitarti senza comandare, averti senza sensi di colpa, criticarti senza incolparti, aiutarti senza insultarti, se posso avere la stessa cosa da te, allora possiamo veramente, incontrarci e arricchirci reciprocamente
Virginia Satir
Molte persone arrivano in terapia proprio con questa sensazione: di rivivere sempre lo stesso copione fatto di aspettative e delusioni. Il lavoro terapeutico può aiutare a sciogliere questi legami invisibili e a costruire nuove modalità di stare in relazione. Se vuoi, possiamo esplorarlo insieme: puoi contattarmi per un primo colloquio che possiamo fare in presenza nel mio Studio a Cologno Monzese, o online.





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