Nota per il lettore
A differenza degli altri articoli presenti in questo blog, questo testo non ha un taglio divulgativo né intende fornire risposte semplici o immediate. È piuttosto una riflessione personale e professionale sul momento storico che stiamo attraversando , come Psicoterapeuti e come utenti del mondo della salute mentale, di fronte all’avanzare dell’intelligenza artificiale e alla crescente presenza dei chatbot nel nostro quotidiano.
L’intelligenza artificiale (IA), oggi resa accessibile a tutti grazie ai chatbot come ChatGPT, è ormai una realtà destinata a restare. Noi professionisti della salute mentale possiamo reagire in tre modi: negando il cambiamento, opponendoci con rabbia, o ignorando ciò che accade. Oppure possiamo scegliere una strada diversa, ispirata al lavoro sull’accettazione della realtà: imparare a riconoscere e stare con ciò che è, anche quando non è facile o piacevole.
Non so voi, ma se siete come me, nell’ultimo anno vi sarà capitato più di una volta di consultare un chatbot.
Magari per curiosità, per trovare una scorciatoia in un compito noioso, o per chiedere un supporto su mansioni professionali che esulano dalla nostra area di competenza diretta. È sorprendente quanto questi strumenti siano diventati familiari, quasi invisibili, nelle nostre giornate.
Ultimamente mi sono accorta che uso Google sempre meno. Quanto più ho avuto bisogno di immediatezza quanto più ho cercato risposte da un chatbot senza dover navigare tra decine di pagine web.
Quello che lascia davvero basiti , o almeno ha lasciato basita me, le prime volte in cui ho usato questi strumenti è stata la sensazione di avere davanti non qualcosa, come un motore di ricerca, ma qualcuno.
Qualcuno che rispondeva ai miei quesiti con una fluidità sorprendente, capace di usare l’ironia, di rispecchiare un tono di voce simile al mio, di articolare frasi accattivanti e confidenziali, quasi da vecchio amico. In momenti di difficoltà o di sovraccarico, mi sono sentita realmente supportata. La disponibilità totale, la pazienza inesauribile in certi momenti sono state per me come il canto delle Sirene per Ulisse: un balsamo per l’anima potenzialmente pericoloso.
Ed è proprio da qui che nasce il cuore di questa riflessione.
Così come io uso i chatbot per ottenere risposte mirate su ambiti che non mi competono, è ormai noto che sempre più utenti si rivolgono a questi strumenti per trovare sollievo emotivo, risposte a quesiti profondamente personali, intimi, umani.
Per vedere di nascosto l’effetto che fa, come diceva una vecchia canzonetta, ho deciso di sperimentare.
Ho interrogato i chatbot, dando loro istruzioni molto chiare: niente accondiscendenza, grazie.
Nel prompt ho specificato di rispondere come un terapeuta con formazione cognitiva o di un terapeuta esperto nel modello delle Internal Family Systems.
L’IFS è un modello terapeutico basato sull’idea che il Sè non sia un monolite ma sia costituito da sottosistemi o parti all’interno della nostra mente, e che queste parti abbiano credenze, speranze e bisogni propri.
Lo scopo è rafforzare o creare un orchestratore interno o Sè adulto che possa aiutare a creare dialogo e integrazione tra queste per favorire il benessere interiore.
Ho chiesto che mi venissero restituiti tutti i punti di vista possibili, e di ricordarmi, ogni tanto, di tenere i piedi ben piantati per terra.
Ho scoperto diverse cose: se ben addestrato, ChatGPT dimostra una padronanza teorica del tema sorprendentemente alta. Sa esattamente cosa dire e, soprattutto, come dirlo. Riformula le frasi con grande chiarezza, offrendo spunti di approfondimento che spesso sono molto potenti. Inoltre, comunica con una delicatezza che rende facile sentirsi accolti e non giudicati, anche nei momenti di difficoltà.
Ombre: i limiti e i rischi nell’uso dei chatbot per la salute mentale
Secondo elemento: la velocità delle risposte è estrema perché il processo è interamente cognitivo, regolato non dal ritmo fisiologico della mente umana, ma da un algoritmo che elabora informazioni in modo istantaneo e senza pause.
Me ne sono accorta sulla mia pelle. Scrivendo e ottenendo risposte rapidamente mi sono resa conto di aver agganciato qualcosa di importante, che fino a quel momento non avevo colto pienamente .La reazione viscerale di malessere è stata immediata, ma il chatbot continuava in parallelo a parlarmi, come se nulla fosse. Sono riuscita a dare un perchè a quanto stava succedendomi grazie alla mia esperienza personale e professionale ed a lavorarci su da sola ma immagino che un utente di fronte ad una sofferenza inaspettata ne sia travolto. Ed è solo nel doverci fare qualcosa. Se non ha strumenti di regolazione emotiva potrebbe essere semplicemente troppo per lui.
Terzo elemento: ChatGPT non può accorgersi di come sta chi scrive, nemmeno se fosse in video. Non può farlo in senso biologico, perché non è un’entità incarnata: non possiede circuiti limbici né neuroni specchio che gli permettano di comprendere lo stato mentale altrui, soprattutto quando l’altro soffre. Spesso chi scrive del proprio dolore non è lucido abbastanza per riconoscere cosa sta accadendo nel proprio corpo, soprattutto se porta dentro un vissuto traumatico che può riattivarsi all’improvviso, spegnendo le funzioni cognitive.
Ci sono poi altri aspetti su cui sarebbe importante riflettere come comunità. La disponibilità h24 senza attese, il benessere immediato che si prova nel poter vomitare come ci si sente, l’assenza di contatto umano e quindi l’evitamento di ogni possibile imbarazzo o giudizio, spesso già fonte di disagio possono, in alcuni casi, favorire forme di dipendenza.
Come accade con molte forme di addiction, l’esperienza con i chatbot può offrire un sollievo momentaneo, grazie a un rapido detensionamento interno. Tuttavia, questo sollievo momentaneo rischia di lasciare in cambio un senso di solitudine ancora più profondo. Il rischio è che vengano rafforzati schemi già presenti, come l’autosufficienza rigida, la diffidenza nelle relazioni o l’ansia sociale.
Eppure, come utente altamente esperta nel trattamento della sofferenza emotiva, ho anche potuto sperimentare cosa può funzionare davvero quando si usano questi strumenti con consapevolezza…
Luci: i vantaggi e le potenzialità dei chatbot in terapia
L’IA è qui per restare e continuerà a crescere. Sarebbe bello poter pensare che il suo utilizzo sarà sempre il migliore possibile, ma forse questo è un ideale ancora lontano. Proprio perché siamo ancora agli albori di qualcosa di così vasto e potente, credo sia fondamentale iniziare a fare una divulgazione attenta e sensibile, rivolta alla cittadinanza, sulle luci e le ombre di questa risorsa nelle mani di ciascuno di noi.
Dire alle persone di non usare l’IA è oggi anacronistico. Al massimo si rischia di apparire come chi vuole mantenere uno status quo per interessi propri, magari nel settore della salute mentale. Più utile è mantenere la connessione con chi ci sta accanto, come si fa con un figlio adolescente: sappiamo che l’uso ci sarà, è inevitabile, ma il nostro compito come professionisti è accompagnare, guidare, offrire strumenti per un utilizzo consapevole, perché le persone non addette al lavoro non possono sapere, ma noi sì.
Spero che questo primo articolo abbia offerto almeno un piccolo spunto di riflessione a te che stai leggendo.





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