Trauma psicologico: non vale per tutti gli eventi negativi
Non tutti gli eventi negativi sono trauma, ma il trauma psicologico ha sempre a che fare con eventi negativi.
Non tutti gli eventi brutti della vita, per quanto difficili o brutti, sono però traumatizzanti per fortuna: la tua mente è attrezzata per sopravvivere agli eventi negativi che accadono più frequentemente di quel che desidereresti.
Pensaci. Dopotutto siamo figli di progenitori lontani che hanno dovuto fare i conti con pestilenze, carestie, predatori, climi inospitali.
Di fronte al pericolo, di fronte al dolore, la mente umana usa quelle che sono le proprie risorse interne per venirne fuori: le emozioni che molti etichettano erroneamente come “negative”, tra cui la rabbia, la paura e la tristezza, sono una dotazione biologica indispensabile: ti permettono di rispondere alla situazione esterna organizzando il tuo comportamento in maniera coerente a quel che sta accadendo.
Così, di fronte ad un lutto ad esempio, la tristezza ti chiede di trovare un rifugio sicuro e braccia calde tra cui rifugiarti perchè sei momentaneamente fragile; di fronte ad un rumore improvviso in un vicolo scuro la paura ti fa “drizzare le antenne” affinando i tuoi sensi e preparando i tuoi muscoli ad un eventuale incontro con un nemico; di fronte a qualcuno che senti ti sta facendo un grosso torto la rabbia ti permette di difenderti.
Poi, a volte accadono eventi che mandano in scacco le naturali capacità di sopravvivenza della mente.
Il Trauma psicologico singolo: il Trauma da shock
Immagina di essere una donna che tutte le mattine saluta il marito alla finestra.
Una mattina, una come tutte le altre, mentre come sempre vi augurate buona giornata una macchina lo investe davanti ai tuoi occhi.
Non hai tempo di accorgerti o di capire quel che sta accadendo, non hai tempo di urlargli di spostarsi, non hai tempo di muoverti.
Resti lì paralizzata mentre tutto si svolge davanti ai tuoi occhi in una manciata di attimi.
Questo tipo di eventi è una categoria di “eventi negativi” totalmente diversa da gestire per la mente di altri, altrettanto negativi, rispetto ai quali però la mente ha una cornice entro cui metterli.
Tipicamente la morte di un nonno anziano è un evento negativo che però le persone tendono ad elaborare spontaneamente.
Lo possono fare perché per la mente quel tipo di evento è atteso e prevedibile: io cresco, vedo il nonno invecchiare sempre di più, lo vedo poi ammalarsi ed infine morire.
È un evento triste ma verso il quale siamo tutti tendenzialmente attrezzati a reagire.
Diverso invece è il discorso per la donna cui muore il marito davanti agli occhi: per la repentinità con cui ciò è accaduto, per il non lasciare spazio o tempo di pensare o di reagire, per la totale imprevedibilità dell’accaduto e per l’avere a che fare con la sopravvivenza proprio o di qualcuno che si ama questo tipo di eventi negativi tende a finire nella categoria di eventi potenzialmente traumatici.
Questo è un esempio del cosiddetto “Trauma da shock”: un evento singolo o pochi eventi nella vita a carattere traumatico.
L’attenzione del mondo della Psicologia clinica e della ricerca verso questo tipo di eventi è cresciuta con il ritorno a casa dei reduci della seconda guerra mondiale ma già Pierre Janet, uno degli allievi di S. Freud poi in rotta con il proprio illustre maestro, nell’ottocento aveva iniziato a prestare attenzione ai disturbi post traumatici (iper o ipo reattività fisiologica, sintomi di evitamento, tendenza a rivivere il trauma nel presente) non come reazioni a fatti di natura intrapsichica ma come reazioni ad eventi reali.
Pierre Janet e la teoria del Trauma
Fu proprio Janet il primo a parlare di “trauma” come di un’esperienza che interrompe il normale funzionamento psicologico a causa della magnitudo emotiva troppo intensa dell’accaduto che finisce per mandare in tilt il funzionamento ordinario della mente.
È l’alterato stato in cui la mente si trova in un trauma ad impedire all’esperienza di essere integrata correttamente nella coscienza.
Come una ciste, il trauma rimane “bloccato” nella mente e non viene elaborato, restando potenzialmente congelato lì dentro per tutta la vita ed influenzando il comportamento della persona attraverso sintomi psicofisiologici di varia natura tra cui la dissociazione che Janet descrisse travi primi come una separazione tra diverse funzioni psicologiche, quali ad esempio la memoria e la consapevolezza.
Per questo tipo di eventi il vecchio adagio “il tempo cura le ferite” non funziona mai ed il solo parlarne non permette la rielaborazione in Terapia. Anzi. Il solo parlarne non fa altro che riaccendere le reti neurali sottese alla esperienza traumatica creando una continua ritraumatizzazione della persona.
Janet fu il primo a ritenere che il trattamento psicologico dovesse mirare a riunificare e integrare queste esperienze traumatiche all’interno della esperienza totale della persona..
Janet inoltre introdusse il concetto di abreazione traumatica che ancora oggi viene ampiamente utilizzato nel trattamento del trauma singolo attraverso ad esempio la tecnica EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, che in italiano si traduce come Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i movimenti oculari): l’ipotesi è che la portata traumatica dell’evento abbia congelato il fisiologico processo emotivo di risposta ad esso e che la persona, per poter integrare nella mente quanto accaduto, debba completare la curva emotiva della esperienza.
Solo una volta completato il processo l’evento smetterà di manifestare la propria carica emotiva disturbante e potrà essere finalmente riposto nel cassetto degli eventi negativi della vita insieme a molti altri.
Il Trauma, i traumi: il Trauma complesso
Se tutto questo è valido per il singolo evento o per pochi eventi nella vita straordinari in senso negativo non è altrettanto valido per i sopravvissuti a molteplici eventi traumatici ripetuti nella vita, specialmente nella prima parte di essa.
Il trauma complesso, di cui il trauma dello sviluppo è il più famoso esempio, riguarda tutte quelle situazioni relazionali in cui esistono rapporti gerarchici di potere asimmetrici tra gli individui e quelli al di sotto sono alla mercé di quelli più in alto.
Ovviamente il rapporto genitori figli è il primo che viene alla mente, ma lo stesso discorso vale per il contesto scolastico o, nel mondo adulto, per il contesto sociale, lavorativo, giuridico e carcerario.
In particolare modo nei traumi infantili la mente non ha uno stato sicuro al quale tornare, a differenza del trauma singolo.
Anzi, la mente stessa si plasma attorno agli eventi traumatici ripetuti e in reazione ad essi risponde organizzandoci attorno tutta la struttura di personalità ed anche lo stesso funzionamento cognitivo.
Come uscire dal trauma: integrare ciò che è rimasto frammentato
Uscire da un trauma non significa dimenticare, ma poterlo guardare senza che abbia ancora potere su di te. Significa sentire che ciò che è accaduto fa parte della tua storia, ma non la definisce tutta.
Quando il trauma prende forma nel corpo (come un nodo allo stomaco, un battito accelerato che compare senza motivo apparente, un bisogno irrefrenabile di controllare tutto) servono strumenti capaci di lavorare anche lì, non solo con le parole.
Per questo, nel mio lavoro clinico, integro la terapia verbale con approcci come l’EMDR, il lavoro sensomotorio e il dialogo tra le diverse parti interne (IFS).
L’EMDR aiuta la mente a riaprire strade interrotte: quelle che servono per connettere il passato al presente, e per restituire all’evento traumatico un posto coerente nella memoria autobiografica. Il corpo può finalmente rilassarsi. Le immagini interiori si trasformano.
Gli approcci corporei, come la mindfulness somatica o il lavoro sensomotorio, permettono di riabitare con delicatezza il corpo dopo che è stato luogo di allarme o sconnessione.
E infine, un pezzo importante del lavoro è riconoscere le voci interne che si sono formate nel tempo – quelle che ti criticano, che ti proteggono, che temono l’abbandono – e imparare ad ascoltarle con uno sguardo nuovo, non giudicante. Solo così può nascere uno spazio interno più sicuro, abitabile, tuo.
Non si tratta di un percorso lineare. Ma è un percorso possibile. E non sei solə ad affrontarlo.
Se qualcosa in questo articolo ha risuonato in te e provi il desiderio di approfondire, puoi valutare di contattarmi per un primo colloquio. nel mio studio a Cologno Monzese o online se non abiti qui vicino. Facciamo insieme una prima esplorazione del tuo bisogno e capiamo se posso accompagnarti, trovando uno spazio e un tempo per guarire.
Articolo aggiornato in data 1 aprile 2025





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