Quando arrivi a contattare un professionista per un primo colloquio probabilmente sei arrivata/o in un momento della tua vita in cui la sofferenza interna è diventata la protagonista delle tue giornate e, nonostante tu abbia provato in vari modi a migliorare la tua situazione, essa non cessa ed, anzi, potrebbe iniziare a renderti la vita sempre più insoddisfacente e sempre più difficile da vivere. Spesso anche il sonno, la fame, l’energia, il gusto e la voglia nel fare le cose che ti piacciono si sono nel tempo progressivamente modificate ed ora nello specchio potresti non riconoscerti più…E non parlo solo di aspetto fisico.
Spesso le persone che iniziano con me un percorso dicono frasi del tipo “Non sono più io”, oppure “Vorrei tanto tornare quella/o di prima”, parlando di se stesse come se dentro avvertissero una frattura tra chi erano e chi sono e quando non riesci più a riconoscerti, il disorientamento interno può finire per farti girare in tondo nella vita, senza sapere bene da che parte andare.
Questo disorientamento è spesso il punto di partenza del lavoro insieme.
Allora, dato che al proprio malessere spesso si aggiunge anche la preoccupazione per come funzionerà il percorso terapeutico stesso ho deciso di scrivere un articolo che sia il proseguo ideale di quello precedente, dedicato al primo colloquio insieme (lo trovi a questo link se ti interessa leggerlo) così da poter sapere almeno a grandi linee cosa aspettarti se mai decidessi di iniziare un percorso terapeutico insieme (nel link trovi la pagina nella sezione della mia offerta professionale ad esso dedicata).
Cos’è per me la Psicoterapia
Sono una Psicoterapeuta che per tantissimi anni, circa diciotto, ha lavorato anche in ambito ospedaliero come Neuropsicologa, ossia come Psicologa esperta nella diagnosi e nella riabilitazione dei disturbi cognitivi e, prima ancora, che ha svolto parte del percorso di Dottorato di Ricerca nell’ambito delle Neuroscienze. Questo vuol dire che la mia visione ed il mio modo di lavorare in Terapia sono profondamente influenzate dalla mia formazione neuroscientifica e neuropsicologica clinica (vuoi qualche informazione più nel dettaglio sul mio percorso, sul mio orientamento terapeutico e sulla mia storia professionale? Allora leggi qui!).
Per me, infatti, la terapia non consiste semplicemente nel parlare di ciò che è successo nel passato in maniera passiva o solo discorsiva.
Soprattutto nella prima fase del lavoro terapeutico, quella che io chiamo la fase della creazione della mappa della tua mente, questo studio, questa osservazione attiva a quattro occhi serve per scoprire come funzioni la tua mente: quali sono i tuoi automatismi, che cosa accade dentro di te quando qualcosa ti mette in difficoltà e quali strategie utilizzi per affrontarlo.
A cosa dai valore, a cosa no, cosa ti aspetti automaticamente dagli altri, cosa ti aspetti, altrettanto implicitamente, che gli altri si aspettino da te e come ti vedano.
Quando arrivi in Terapia non di rado quelle vecchie strategie ti stanno facendo stare male, ma questo non significa che siano nate per farti del male.
Molte delle modalità con cui oggi pensi, senti e reagisci alle situazioni si sono sviluppate infatti in momenti della tua vita in cui avevano una funzione: proteggerti, permetterti di mantenere un legame, evitare qualcosa che allora era percepito come pericoloso, aiutarti a sentirti al sicuro o semplicemente permetterti di andare avanti al meglio possibile.
Il dolore emotivo, i sintomi psicologici con cui arrivi al primo colloquio nel mio modo di lavorare rappresentano la finestra principale attraverso cui insieme possiamo andare a guardare il tuo mondo interno.
La Psicoterapia, per me, parte proprio da qui: dalla frattura che si è per qualche ragione creata dentro quando il nostro abituale ed automatico modo di dare significato al mondo crolla di fronte a una realtà che non riusciamo più a comprendere o a gestire secondo i nostri abituali modi.
Come funziona un percorso psicoterapeutico assieme
Per come lavoro io, la Terapia è un lavoro a fasi: non scandite, non necessariamente progressive e soprattutto non lineari, ma più spesso circolari, con momenti in cui il lavoro sembra procedere più spedito e altri in cui può sembrare di essere tornati indietro…Anche se, in realtà, non è mai davvero una questione di indietro o di avanti. Nei momenti particolarmente difficili, la mente tende in prima battuta a riappropriarsi dei vecchi schemi di funzionamento, perché sono quelli che sente come più sicuri: sono quelli più familiari.
La differenza, dopo aver fatto un percorso terapeutico, è che puoi accorgerti di quello che sta succedendo mentre succede e, proprio per questo, puoi rimettere in azione le nuove modalità che hai sviluppato.
La prima fase è, come ti dicevo sopra, la fase di costruzione condivisa della mappa della tua mente: a partire dalla problematica per la quale arrivi in Terapia, nel corso delle sedute iniziamo a costruire quello che potremmo chiamare “l’identikit del disturbo”.
Da quanto tempo è lì?
Dentro quale momento della tua vita si è sviluppato?
E’ la prima volta che stai vivendo questa situazione?
Come mai ti disturba così tanto?
Perché vorresti, in particolar modo, liberartene? E cosa succederebbe se riuscissi davvero a toglierlo?
Come ti fa sentire quello che stai vivendo? E quelli intorno a te?
Sono alcune delle domande che potrebbero guidare il lavoro nelle prime sedute.
Se, ad esempio, arrivi per degli attacchi di panico, potremmo cercare di ricostruirne la genesi: quando sono comparsi per la prima volta, cosa stava accadendo nella tua vita in quel momento e cosa stava succedendo nei diversi ambiti della tua quotidianità.
Certamente ti spiegherei anche che, sul piano fisiologico, un attacco di panico coinvolge una risposta di allarme del corpo che può attivarsi anche quando la persona percepisce una situazione come pericolosa, incontrollabile o senza via d’uscita. I sintomi tipici del panico sono proprio l’espressione di questa intensa attivazione fisiologica.
Ricostruiremmo nel corso delle prime sedute tutto il primo attacco di panico: le giornate immediatamente antecedenti, ciò che è accaduto durante l’episodio e quelle successive, per cercare di capire come hai spontaneamente reagito e come hanno reagito le persone intorno a te.
Ci focalizzeremmo poi su come ti ha fatto sentire quello che ti è accaduto, su quali risorse hai messo in campo e su quali fratture eventualmente abbia aperto in te, anche solo in termini di pregiudizi o paure rispetto all’esperienza della vulnerabilità fisica.
Se, ad esempio, scoprissimo che l’esperienza della vulnerabilità ti disturba particolarmente, procederemmo poi cercando di capire come e perché sia così per te: esplorando, potremmo scoprire che, ad esempio, dimostrarti sempre in controllo, autosufficiente, forte e mai bisognoso/a di aiuto sono state modalità che ti hanno negli anni permesso di funzionare al meglio nella quotidianità e nelle tue relazioni e sentire invece, sottostante il bisogno di aiuto in quel particolare momento di vita ti ha mandato in un cortocircuito interno che ha acceso la “spia interna” del panico.
Come vedi in questo esempio il problema di per sè, il focus della terapia, non è il panico: come una slavina il panico è quello che osserviamo a valle e che salta maggiormente all’occhio, ma esso è solo una conseguenza di come tu ti stai rapportando con qualcosa che senti.
Il vero tema terapeutico, il sassolino da cui è partita la slavina, in questo esempio è il rapporto che hai con l’esperienza della vulnerabilità. Non la vulnerabilità di per sé, ci tengo a sottolinearlo, ma il rapporto che hai con quello stato, è quello che ti ha fatto stare male.
La seconda fase è allora la ricostruzione degli schemi interni con cui più spesso hai imparato a muoverti nel mondo. Per questo lavoro utilizzo anche il linguaggio delle parti, prendendo a prestito alcuni concetti da un particolare modello terapeutico, quello dei Sistemi Familiari Interni (IFS) sviluppato da Richard Schwartz.
Nel mio modo di lavorare, le “parti” rappresentano modalità di pensare, sentire e comportarsi che si sono automatizzate nel tempo, spesso senza che tu ne abbia avuto piena consapevolezza, e che in alcuni casi si sono irrigidite fino a diventare quasi l’unico modo che conosci per rapportarti a te stessa/o e al mondo: nel mio esempio di prima la parte autosufficiente e quella che mostra una corazza di forza in termini di assenza di bisogno di aiuto potrebbero diventare alcuni dei target condivisi di questa fase del nostro lavoro. Perchè sono lì? Come, quando e con chi le hai costruite nella tua vita? Come ti hanno aiutato ad andare avanti? Quanti anni potrebbero avere queste due parti? Se se ne andassero cosa temono ti accadrebbe nella vita di peggio? Come potrebbero limitarti?
Queste sono tutte domande tipiche di questa fase.
Restando in questo esempio clinico, potremmo scoprire, ad esempio, che in qualche momento della vita hai sentito che le tue figure di riferimento erano troppo fragili per occuparsi di te, magari a causa di una malattia o di un problema familiare. Come bambino/a potresti aver sentito allora il peso dei tuoi bisogni addosso a loro come qualcosa di troppo grande, e aver iniziato, poco alla volta, ad adultizzarti. Magari, facendo questo, hai percepito anche un certo sollievo da parte loro: non dovevano preoccuparsi anche di te perché sembravi farcela da solo/a. E, forse, tra voi le cose sono persino migliorate. Ma i bisogni, la paura, la rabbia, la tristezza e la vulnerabilità non sono spariti. Sono rimasti lì, esiliati dal centro della mente, perché li avevi sentiti associati a qualcosa di pericoloso.
Anche crescendo, essere la persona forte, quella che tiene tutto insieme, può averti dato ritorni relazionali o lavorativi sufficienti a rinforzare e perpetuare quei vecchi schemi. Il punto di rottura può arrivare quando la vita, o una particolare situazione, perturba il sistema più di quanto le vecchie strategie riescano a gestire. Improvvisamente ti trovi a provare bisogni o emozioni per i quali non hai strumenti sufficienti.
Il panico si genera. A quel punto ti spaventi per la tua stessa vulnerabilità e l’ansia può alimentare un circuito di evitamenti e comportamenti di sicurezza, nel tentativo di non sentire più ciò che hai provato. La vita cambia. Non ti riconosci più. Arrivi in Terapia.
Eppure come vedi, tornare indietro a quella vecchia versione di te non solo non è sempre possibile. A volte, non è nemmeno desiderabile.
Perché quella persona che vorresti ritrovare potrebbe essere anche quella che, per riuscire a stare in piedi, ha imparato a mettere da parte pezzi importanti di sé: emozioni che non poteva permettersi di sentire, bisogni che non poteva permettersi di avere, desideri che non poteva permettersi di seguire e, a volte, persino parti della realtà che era troppo doloroso vedere.
Stare bene, allora, non significa necessariamente tornare a essere quella/o di prima. Significa poter tornare a incontrare anche quei pezzi di te che, per andare avanti, avevi dovuto lasciare indietro.
Da qui parte la terza fase, che spesso si intreccia per una grossa fetta con la seconda, questa sugli schemi automatici relazionali dell’infanzia che hanno generato tutte le credenze automatiche su di te e sugli altri che hai quando arrivi nel mio Studio: è il lavoro sul futuro.
Se la Terapia fosse solo “capiamo perché questa cosa mi è successa”, sarebbe un lavoro interessante ma sterile.
È un po’ come scoprire di avere la fobia dell’altezza perché a tre anni sei caduta dal seggiolone. Bene, adesso lo so. Ma sapere da dove arriva una difficoltà non significa automaticamente che la vita cambi. Il tema riabilitativo, per me, è proprio questo: ora che so come si è costruito questo modo di funzionare e soprattutto perchè, come posso imparare, da adulta/o, a gestire diversamente il rapporto con il mio passato perché non condizioni più la mia vita come prima?
Ecco perchè nella mia personale visione del mio lavoro la Terapia altro non è che una particolare forma di riabilitazione di possibilità e di modalità di stare al mondo che prima non avevi perchè allora non c’erano certe condizioni necessarie affinchè tu potessi svilupparle.
Non si tratta, quindi, di diventare una persona completamente diversa, di asportare chirurgicamente il passato o di fare un eterno tribunale alla tua storia. Si tratta di poter darti la possibilità di diventare anche una persona che prima, per la storia che ha avuto, non avevi avuto la possibilità di essere.
Se quello che hai letto ti ha fatto pensare che forse è arrivato il momento di capire meglio cosa ti sta succedendo, il primo passo può essere Mirada, il mio primo colloquio.
In un’ora insieme iniziamo a fare un primo punto della situazione, per capire cosa ti sta portando oggi a chiedere aiuto e se e come posso esserti utile.
Come Psicologa, Psicoterapeuta e Neuropsicologa a Cologno Monzese ricevo in uno spazio riservato e tranquillo, raggiungibile facilmente anche da Brugherio, Vimodrone, Sesto San Giovanni e Milano zona Est.
Non sei di qui? Possiamo svolgere l’incontro anche online.
Puoi contattarmi per un primo colloquio da qui e anche da qui per capire in prima persona se posso essere la professionista giusta per te.





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