C’era una volta una bambina che per vivere vendeva fiammiferi.
Quella sera era la notte di Natale e la gente correva in giro, distratta, finendo gli ultimi acquisti. Nessuno si accorgeva di lei. Nessuno comprava i suoi fiammiferi.
La bambina da ore sola nella neve si sentiva stanca, aveva fame e freddo.
Vedeva intorno a sè persone che ridevano, case illuminate. Decise allora di accendere un fiammifero, uno solo, per scaldarsi almeno un po’.
Nel calore che le dava il fiammifero iniziò a sognare.
Immaginò di essere in una casa, davanti al calore di una stufa, il profumo di una tavola piena di cibo, l’abbraccio della nonna morta da poco.
Per un istante, tutto sembrò andare bene: il cuore alleggerito, il corpo rilassato, la solitudine sparita.
Ma poi la fiamma si spense. E tutto tornò di nuovo freddo e buio.
Allora accese un altro fiammifero. E poi un altro ancora per sentire, ancora per un momento, quel caldo, quel pieno della pancia, quell’abbraccio che non aveva più.
Fino a quando, spentosi anche l’ultimo guizzo dell’ultimo fiammifero, si ritrovò di nuovo per strada.
Sola, al freddo, nella solitudine della notte di Natale senza che ci fosse più nessuno in giro per comprare i suoi fiammiferi. E lì morì.
La favola “La piccola fiammiferaia” di Andersen racconta con cupo realismo uno dei meccanismi più profondi della dipendenza: quel bisogno disperato di sentirsi al sicuro anche solo per un attimo, spegnere il dolore con qualcosa che funzioni subito.
La distrazione, il perfezionismo, una sostanza, una persona, il cibo o la popolarità.
Sono tutte cose che, per un attimo, scaldano. Il problema è che poi, se affidiamo solo ad esse il nostro benessere, alla lunga finiamo per ritrovarci ancora più soli, al freddo, intrappolati nel buio del nostro dolore interno.
Cosa spinge alla dipendenza
“Vorrei smettere ma non ci riesco…”, “Sono dipendente da… Come posso uscirne?“.
Sono frasi che tante persone portano in Studio quando, nonostante i tentativi e gli sforzi fatti, nulla sembra cambiare. È allora che spesso scivolano in pensieri duri verso di sè: “forse non lo voglio abbastanza”, “sono debole”, “mi manca la volontà”, “c’è qualcosa di sbagliato in me”.
Questa spirale di autocritica e vergogna, però, non libera: al contrario, fa affondare ancora di più la mente nelle sabbie mobili del dolore.
Le forme di dipendenza possono essere molte: bulimia, binge-eating, alcol, tabacco, droghe, gioco d’azzardo.
Accanto a queste ci sono le cosiddette nuove dipendenze: internet, gratta e vinci, social, shopping compulsivo (alimentato dal meccanismo del “compra ora, paga dopo” e dal fast fashion).
E ci sono infine quelle più silenziose, spesso normalizzate o addirittura premiate: perfezionismo, lavoro senza sosta, sport senza tregua, ortoressia.
Diversi volti di un’unica dinamica: cercare sollievo a tutti i costi.
Spesso, quando una dipendenza diventa pericolosa per la salute o mette a rischio la vita, il primo passo necessario è ridurre il danno: smettere, contenere, mettere in sicurezza…Ma chi lavora con le storie delle persone sa che limitarsi a togliere una dipendenza non è quasi mai la risoluzione finale e che per uscirne davvero bisogna lavorare non sul sintomo, ma sulla causa che lo ha generato.
Non è affatto raro incontrare persone che hanno smesso con l’alcol e hanno iniziato con lo shopping sfrenato, bruciando risparmi e relazioni.
C’è chi è uscito da una relazione disfunzionale ed ha iniziato a correre ed allenarsi senza tregua non per il piacere di prendersi cura di sè, ma per non sentire mai silenzio, dentro e fuori.
C’è chi deve tenere accesa la televisione tutta notte in sottofondo per non incontrare mai i propri pensieri, le proprie ansie e chi nel non fare niente implode e soffoca la stanchezza a colpi di bevande energetiche come se la quiete fosse un nemico da abbattere.
O ancora, ci sono ex tossicodipendenti che oggi non toccano più nulla, ma lavorano sedici ore al giorno o restano incollati ai social, scrollando senza tregua, senza un perché preciso.
Non tutte le dipendenze hanno lo stesso volto: alcune sono evidenti. Altre non saltano mai all’occhio del mondo. Alcune ci espongono. Altre ci ritirano.
Tutte però rispondono alla stessa urgenza: non farci sentire mai, o il meno possibile, qualcosa che fa troppo male sentire.
Perchè si crea una dipendenza?
“Non chiederti perché la dipendenza. Chiediti perché il dolore.”
(Gabor Maté)
Quando lessi, molti anni fa, il libro da cui questa frase è tratta (Nel regno degli spiriti famelici) il mio modo di guardare alla dipendenza cambiò.
Indipendentemente dall’oggetto (una sostanza, una relazione o un comportamento) il focus non era più sul “cosa” ma sul “perché”.
Questa inversione è una chiave.
Una chiave che sposta il fuoco dell’attenzione, per la persona e per il terapeuta, da:
“Cosa c’è che non va in me?”
a:
“Cosa è successo in me o attorno a me perché per sopravvivere io abbia avuto necessità di…?”
Non più un intento rieducativo (che rischia di aumentare l’emozione interna di vergogna), ma un intento autoconoscitivo, capace di aprire possibilità reali di cambiamento.
Le dipendenze, tutte, sono infatti tentativi di autoregolazione nate in assenza di alternative.
Modi per sentirsi bene quando non c’era altro.
Modi per sentire qualcosa, quando dentro ci si sentiva spenti.
Modi per non sentire nulla, quando tutto faceva sentire in pericolo.
Anzichè partire dal solo presupposto che la dipendenza vada semplicemente estinta ci si può invece ad iniziare a chiedersi:
“In che modo, finora, la dipendenza mi ha aiutato a difendermi dal dolore?”
“Da cosa mi ha difeso?”
“Grazie alla dipendenza, cosa ho evitato di sentire?”
“E se questa parte di me che mi spinge alla dipendenza potesse parlare, cosa direbbe? Cosa teme che potrei provare se lei non ci fosse più?”
Ed è lì che il lavoro terapeutico può iniziare davvero: smettendo di focalizzarsi sulla sola soppressione del comportamento ci si può mettere in ascolto di ciò che lo precede.
Come nasce una dipendenza?
Le dipendenze non hanno a che fare con la mancanza di carattere, con un temperamento ribelle o che vuole essere contro il sistema.
Non sono una posa, nè un capriccio.
Non si risolvono semplicemente decidendo di volere smettere o puntando il dito contro le conseguenze negative che esse comportano.
Sono percorsi neurobiologici appresi costruiti inconsapevolmente nel tempo come via di fuga.
Per la mente ed il corpo rappresentano sul piano fisico ed emotivo una risposta fattiva e concreta ad un bisogno urgente: quello di estinzione del dolore.
Come nelle scene più epiche de Il Signore degli Anelli, le dipendenze sono per la mente come l’ultima fortezza: il baluardo estremo che tenta di resistere prima che tutto crolli sotto il peso del dolore, della paura, della solitudine.
Nel nostro cervello esiste un circuito del piacere chiamato sistema della ricompensa (reward system in inglese): un vero e proprio anello di gratificazione progettato per rinforzare i comportamenti che ci fanno sentire meglio, o meno peggio, nel minor tempo possibile.
Le dipendenze sono potenti, sia sul piano psicologico sia sul piano neurobiologico. Coinvolgono diverse aree del cervello: i circuiti emotivi, le aree dove risiedono gli archivi della memoria, e alcune zone dei lobi frontali, il “CEO” del nostro sistema nervoso centrale.
- Mentre mi abbuffo,
- Mentre passo la carta di credito;
- Dopo una striscia di cocaina, una bottiglia di alcolico, una pastiglia;
- Nel sesso rapido;
- Mentre vedo il numero di follower crescere a dismisura;
- Mentre mi alleno senza risparmiarmi e sento un senso di onnipotenza;
- Quando ottengo risultati positivi a lavoro;
- Mentre alla sala bingo o dal tabaccaio vinco;
Si liberano dosi massicce di endorfine e di serotonina. Il dolore si quieta per un momento: la mente dice: “Eureka! Se faccio così, smetto di soffrire”.
Non importa quante volte scommesse tu abbia già perso, quanto il conto sia in rosso, quante bugie sia stato necessario raccontare, quanto del resto della vita si sia sacrificato per quel successo o per quei numeri su Instagram, quante lacrime tu abbia versato fino a pochi minuti fa.
In quel momento il benessere raggiunto cancella la ferita.
Allora i circuiti della memoria e i lobi frontali si mettono all’opera: registrano che il dolore si è attenuato e costruiscono un piano d’azione per il futuro.
“Funziona,” dicono. “Ora sappiamo come fare.”
Ricordano il percorso appena compiuto e lo associano al sollievo provato. Il rilascio di dopamina suggella questa alleanza, inondando il corpo di un senso profondo di gratificazione che motiva a ripetere l’esperienza finchè non si sviluppa il meccanismo della tolleranza. A quel punto, ne serve sempre di più per ottenere lo stesso effetto e il dolore, se possibile, torna ancora più forte.
Come avviene una dipendenza
Tutti i tipi di dipendenza, che siano visibili o invisibili, hanno una struttura semplice, un principio di funzionamento universale:
1. Funzionano nel breve termine.
2. Danneggiano nel lungo termine.
Sono strategie miopi. Nel breve, offrono spazio di respiro e tolgono il male. Nel lungo, creano prigione e riaprono la ferita.
Una dipendenza, sia essa una sostanza, una relazione, un comportamento, un’ossessione, ha una funzione di regolazione immediata.
È veloce, è potente, è affidabile.
Agisce sul corpo: spegne l’iperattivazione (ansia, rabbia, panico) o attiva uno stato energetico quando ci si sente svuotati, depressi, anestetizzati. Dà conforto, piacere, sollievo. Permette di vivere meglio, almeno per un attimo. È efficiente.
E questa efficienza non va disprezzata, né trattata con sufficienza o con commiserazione. A volte ha salvato la vita.
Il problema non è che la dipendenza non funzioni. È che funziona troppo bene e solo per poco.
E mentre spegne il dolore, rafforza le convinzioni più antiche ed oscure su di noi.
Se mi aggrappo a chi mi ignora, confermo l’idea che io non sono niente per nessuno.
Se faccio cose (lavorare, mangiare, comprare o cercare sostanze o sesso ad esempio) per spegnere il vuoto dentro, finirà che quel vuoto non saprò mai padroneggiarlo e ne sarò sempre succube, in sua balia.
Se controllo tutto, forse mi sto distraendo da qualcosa che fa troppo male guardare. O sto rinforzando la convinzione che è colpa mia se gli altri stanno male.
Se performo senza tregua, alimento l’idea che valgo solo se funziono.
Più cerco tregua attraverso la scorciatoia, più mi allontano dalla possibilità di attraversare davvero quello che c’è sotto.
E così, il sollievo di oggi diventa il dolore di domani.
Come uscire da una dipendenza
Per uscire da una dipendenza il lavoro terapeutico che propongo non si basa sulla volontà di controllo, sulla disciplina o sull’eliminazione a tutti i costi.
Si parte con un’esplorazione rispettosa del mondo interno: guardandosi, ascoltandosi, capendo cosa quella dipendenza ha fatto e fa tuttora per noi in termini di baluardo ultimo rispetto ad un male che la mente sente come peggiore della dipendenza stessa. Quali sono le ferite, le difese, i bisogni non ascoltati che chiedono spazio in modi che, a volte, ci fanno male.
Uno dei primi passi è imparare a costruire una mappa del proprio paesaggio interiore.
Con quali voci, emozioni, urgenze, automatismi mi muovo nel mondo? Chi prende il comando quando sto male?





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