Cosa sono le emozioni?
Le emozioni non sono un fatto mentale anche se moltissime persone ne sono convinte. Anche se noi le avvertiamo come pensieri (“Ho paura”, “Che rabbia”, “Mi sento molto triste”) in realtà le emozioni sono prima di tutto un fatto fisico. Sono risposte biologiche immediate: sorgono nel corpo in risposta ad uno stimolo interno o esterno e, solo dopo qualche millisecondo, raggiungono la corteccia cerebrale, dove, se le sappiamo riconoscere ed ascoltare, possiamo iniziare ad attribuire loro un nome o un significato.
Tanti raccontano del bisogno di “essere razionali” o “di non essere troppo emotivi” come se sentire fosse il problema ed invece il pensiero logico-analitico fosse l’unica bussola affidabile.
In realtà non è così: ogni essere vivente alla nascita ha già in sè questa dotazione di serie. Le emozioni hanno un valore evolutivo profondo: sono una bussola interna che ci permette di orientarci nel mondo. Ci aiutano a capire quando difenderci, quando lottare, quando avvicinarci e quando proteggerci.
Non si sono mai estinte nel corso dei millenni. Anzi: si sono raffinate, adattate, integrate nel nostro sistema nervoso.
Le emozioni primarie (come paura, rabbia, gioia, tristezza) sono presenti anche in molte altre specie. Funzionano come un radar interno, che legge e traduce rapidamente ciò che accade dentro e fuori di noi.
Anche le emozioni sociali più complesse, come la vergogna o la colpa, nascono nelle specie mammifere con uno scopo preciso: proteggere il legame, garantire appartenenza, prevenire il rifiuto.
In breve: non ci saremmo evoluti senza emozioni.
Sono radicate nel corpo e nella storia dei viventi.
Quando sentire non era sicuro: vivere reprimendo le emozioni
Adesso prova a fermarti un attimo se puoi.
Prova a pensare alle emozioni che più spesso ti abitano.
Quali sono per te le emozioni più familiari?
Quali tornano spesso nella tua vita, anche in modo intenso o incontrollabile?
E quali invece ti sembrano lontane, quasi sconosciute, come se non ti appartenessero?
Molte persone sentono rabbia continuamente ma non riescono mai a piangere.
Altre piangono spesso ma non sanno mai dire di no.
Alcuni vivono in una perenne rincorsa della perfezione ma non si sono mai concessi un briciolo di tenerezza verso di sé.
Questo non accade per caso.
Nel tempo, ciascuno di noi ha costruito una mappa emotiva interna: alcune emozioni sono diventate familiari, automatiche, quasi inevitabili. Altre invece sono state messe da parte, non perché fossero sbagliate, ma perché nel contesto nel quale siamo cresciuti, nella nostra “tribù di appartenenza iniziale” non era sicuro provarle o mostrarle oppure non abbiamo mai avuto un modeling di riferimento per poterle sentire in sicurezza.
È da qui che nasce il concetto di emozioni di default.
Le emozioni chiamate di default sono la gamma di emozioni che abbiamo con il tempo imparato a vivere e ad esprimere perché nel contesto di partenza sono state le più accessibili, più tollerate, o semplicemente le uniche che abbiamo imparato a gestire.
Pensa ad esempio ad una classica famiglia patriarcale, dove “i maschi non piangono”, “le lacrime sono da femminucce” e la vulnerabilità se sei maschio è mal vista, una “cosa da donna”. Se sei un bimbo in quella famiglia, e piangi perché ti sei sbucciato un ginocchio o perché ti senti solo e vorresti un abbraccio, probabilmente riceverai risate, rimproveri, silenzi. Forse persino botte.
Se queste sono risposte ambientali stabili alla tua vulnerabilità è facile che nel corso dei primi anni di vita tu finisca per restare apparentemente impassibile di fronte ad una brutta caduta e che, da solo al buio, tu trattenga forte forte le lacrime per non ricevere ancora una volta indietro il dolore di sentirti rifiutato.
Nel tuo iniziare a sembrare “forte”, inteso come invulnerabile, potresti invece iniziare a ricevere indietro sorrisi, approvazione, validazione.
I bambini di fronte a bivi così drammatici, ossia scegliere inconsapevolmente tra se stessi e le relazioni affettive, finiscono tutti per fare sempre la stessa cosa. Sacrificano loro stessi.
Meglio essere un bambino senza vulnerabilità che sentirsi un bambino abbandonato, specialmente in una specie mammifera come la nostra in cui i nostri cuccioli sono biologicamente cablati per la connessione agli adulti vicini per moltissimi anni a causa della totale immaturità cerebrale con cui nasciamo.
Per poter contenere un cervello grande abbiamo bisogno di una scatola cranica grande ma, invece, il canale del parto umano è ristretto rispetto ad altri mammiferi. Per questo motivo, la natura ha imposto quindi come compromesso inevitabile che i neonati umani nascano prematuri rispetto al loro potenziale cognitivo.
Il neurosviluppo si completa infatti intorno ai vent’anni, e le prime vere autonomie, quelle che consentono al bambino di muoversi nel mondo senza bisogno costante dell’adulto, emergono solo intorno ai tre o quattro anni.
La sopravvivenza umana stessa passa sempre quindi dal legame.
E ogni volta che un’emozione mette quel legame in pericolo, il sistema emotivo del bambino sceglierà la protezione, non l’autenticità.
L’emozione di vergogna diventa quindi il guardiano silenzioso della tristezza. La rabbia o, in certi casi, l’anestesia emotiva diventano la facciata lecita a mostrare al mondo. L’emozione o gli stati interni di default.
Non è però che la tristezza sia davvero sparita: è solo finita sepolta, segregata nel corpo e nella mente.
Non scompare: si nasconde.
E continua a chiedere spazio, spesso nei modi più imprevedibili.
Non sapendo leggere in sé tutta la gamma delle emozioni possibili, è facile che quel bambino negli anni, in momenti in cui la tristezza sarebbe lecita, esprima invece comportamenti confusi, disorientati o rabbiosi.
Non avendo potuto mai fare l’esperienza sicura della vulnerabilità in alcuna relazione è possibile che finisca per ridicolizzarla in altri o anche con sè.
Senza accesso al proprio panorama emotivo interno, potrebbe leggere i segnali del corpo associati a certe emozioni solo come sintomi fisici e iniziare a inseguire accertamenti medici a vuoto, senza mai trovare una risposta che plachi davvero quel malessere.
In certi momenti della vita, di fronte a eventi di perdita, stress o crisi, potrebbe scivolare in stati depressivi.
Non perché vulnerabilità o tristezza ne siano l’anticamera, come spesso si teme ma perché non ha in sé gli strumenti per farsi domande, o per restare dentro le difficoltà che sta attraversando. Così, per non sentire ciò che non ha mai imparato a contenere, potrebbe cercare esperienze che lo tengano su: sostanze, iperattività, compulsioni, relazioni frenetiche. Oppure potrebbe spegnersi lentamente, quasi senza accorgersene.
Recuperare la possibilità di sentire: come liberare davvero le emozioni represse
Nel tempo, ognuno di noi ha modellato il proprio paesaggio emotivo in risposta all’ambiente in cui è cresciuto.
Questa mappa non è mai neutra: riflette ciò che, nel nostro mondo originario, abbiamo sentito fosse lecito e cosa invece fosse punito, ignorato, ridicolizzato o frainteso.
E’ così che abbiamo imparato in maniera inconsapevole a inibire selettivamente alcune emozioni reprimendole e, di contro, ad esprimerne, o iperesprimerne, altre.
La repressione emotiva implica che alcune emozioni per motivi legati alla sopravvivenza affettiva sono state messe da parte, silenziate, rese inaccessibili.
Non perché non sappiamo provarle, ma perché non abbiamo mai imparato a sentirle come “permessi interni”.
Il problema è che questa restrizione emotiva, se da bambini ci ha protetti, da adulti può limitarci profondamente.
Quando il nostro sistema emotivo si muove solo dentro un binario ristretto magari tra ansia, rabbia e controllo perdiamo l’accesso a risorse fondamentali come la tristezza che ripara, la vulnerabilità che apre al contatto, la tenerezza, il desiderio, la compassione per noi stessi.
Imparare a riconoscere e ampliare la gamma delle emozioni sentibili non è un vezzo terapeutico: è un passo fondamentale per riabitare noi stessi in modo più integro e meno reattivo.
Più ampia è la gamma delle emozioni che possiamo tollerare e accogliere, più diventano ampie anche le esperienze che possiamo vivere in sicurezza e, quindi, più possiamo affrontare la vita e gli eventi, positivi o negativi che siano, in modo pieno, libero ed a cuore aperto.
Per fare questo non basta scrivere un diario delle emozioni, praticare la meditazione o fare esercizi di respirazione.
Sono strumenti utili, ma da soli non bastano a riscrivere le tracce più antiche del nostro sistema nervoso.
Il corpo sente di default come non sicure certe emozioni. La mente le teme inconsapevolmente, ancora oggi.
Per questo è necessario offrirsi esperienze correttive, dentro una relazione in cui sia possibile stare con ciò che prima sembrava troppo, senza doverlo evitare, giudicare o bloccare.
È così che il sistema imparerà, pian piano, che oggi è diverso da ieri.
Che sentire non è pericoloso.
Che si può attraversare un’emozione e restare vivi, interi, presenti.
Che anche i territori interiori più temuti, se accompagnati, possono diventare prima attraversabili e poi abitabili.
Se leggendo ti sei accortə che alcune emozioni, in te, sembrano troppo lontane o troppo presenti…
Se senti che il tuo modo di sentire è rimasto bloccato in una gamma ristretta, che ti protegge ma non ti basta più…
Sappi che è possibile ricominciare a sentire in modo diverso.
A piccoli passi, con uno spazio sicuro, puoi imparare a riconoscere ciò che è stato messo via.
E da lì, riprendere contatto con parti di te che aspettano solo di poter tornare a vivere.
Se vuoi, possiamo iniziare da qui: contattami per una prima consulenza.
Nel mio studio a Cologno Monzese o online posso affiancarti in questo percorso.





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