Diventare mamma ti cambia la vita
Quando sono diventata mamma per la prima volta non è stato facile. Non è stato affatto come me lo aspettavo.
Anche se tenevo già corsi pre-parto come assistente specializzanda, anche se per lavoro ero già una Psicologa, anche se come tirocinante presenziavo a colloqui dove imparavo come aiutare altre donne in momenti di difficoltà.
E’ stato totalizzante e destabilizzante: una di quelle esperienze ricche e complesse. Un’esperienza piena di sfumature, come i cieli irlandesi: nuvole bianche e pannose, velature leggere, nebbia fitta, cumuli neri nerissimi e temporale. E poi, all’improvviso, cieli sereni e tersi, grandine a chicchi, vento fresco e profumato.
È stato anche per questo che, negli anni successivi, una volta diventata Psicoterapeuta, ho deciso di dedicare parte delle mie ore nei corsi pre-parto che poi ho tenuto in prima persona non solo a parlare di ansia, depressione o paure legate al parto, ma anche di qualcosa di cui troppo poco si parla:
i miti tossici sulla genitorialità e in particolare sulla maternità collettivamente accettati ma che fanno sentire sbagliate tantissime donne.
Ho scelto di lavorare non solo con chi ha una diagnosi di ansia e depressione post-parto ma anche con tutte quelle donne che, come è stato per me, si sono sentite disorientate. Innamorate del proprio bambino, sì, ma spaesate rispetto a se stesse.
Donne che non sanno più come tenere insieme i pezzi della loro identità precedente con il grande nuovo tassello della maternità.
Donne che hanno finito per dimenticarsi di loro stesse perché non hanno più energie residue.
Donne che, diventando madri, si ritrovano travolte dal dolore antico della figlia ferita che hanno dentro e che, nell’accudire il proprio neonato, sentono risuonare dentro di loro il vuoto di quell’assenza antica. Così, essere presenti e prendersi cura, diventa difficile perché nel gesto d’amore verso il bambino si riaccende la propria storia irrisolta.
Donne che, almeno una volta, hanno pensato “Chi me l’ha fatto fare”, e poi si sono sentite sbagliate, cattive, e hanno provato a cancellare il pensiero il più in fretta possibile.
Donne che hanno sentito forte il buio della solitudine nelle ore da sole con il neonato, cha hanno patito la perdita di ruoli quotidiani familiari: lavoratrice, sorella, figlia, moglie, amante, compagna.
Donne che si sono chieste dove siano finite loro, in tutto questo.
Donne che pensano che chi ama deve dare tutta se stessa ed anche oltre perchè altrimenti si è egoiste.
Questo blog post l’ho scritto per voi…E se qualcosa di ciò che hai letto ti risuona, puoi dare un’occhiata anche al mio percorso Astrolabio, che ho creato proprio per accompagnare le donne nel delicato passaggio da donna a madre, quando ci si sente spaesate, stanche o invisibili.
Come mi ha detto una volta in quel periodo il mio supervisore dopo che ero arrivata in supervisione con occhiaie profonde, capelli raccolti alla bell’e meglio e prossima all’addormentarmi mentre cercavo di ragionare con lei su un caso professionale che non riuscivo a dipanare:
Tu sei mai stata in aereo? Se sì cosa dicono? La maschera di ossigeno prima agli adulti, poi ai bambini. Se non c’è qualcuno che si occupa di loro avendo le energie per farlo che l’aereo cada o no loro da soli non ce la possono fare. Se cadi tu, come farà lei?
Sono passati molti anni da quella frase ma l’ho ricordata ogni volta che ho potuto e la porto ancora oggi nel lavoro con le donne che accompagno.
Essere mamma non è facile: 5 stereotipi sulla maternità
1. Una madre si innamora subito del proprio bambino
Ci si aspetta che basti uno sguardo per sentire un amore immenso, il classico colpo di fulmine.
Ma non sempre è così, e non c’è nulla di sbagliato in questo.
Il legame con il proprio neonato si costruisce nel tempo, come ogni relazione profonda.
Non provare da subito un sentimento travolgente non significa non volergli bene: significa essere umane.
Durante la gravidanza, spesso si idealizza la genitorialità: ci si immagina il parto, si fantastica su a chi somiglierà il bambino, su come saremo come madri o padri. Ma poi arriva la realtà: un neonato concreto, reale, con caratteristiche tutte sue magari diverse da quelle immaginate.
A volte basta un attimo per sentire una connessione profonda.
Altre volte serve tempo, e non sempre c’è un “perché”.
In alcuni casi, questo legame può essere rallentato da esperienze personali, come la perdita di un figlio, una storia di attaccamento difficile o un parto traumatico.
In altri casi, accade semplicemente così, senza perchè, senza mancanze.
La verità: il legame affettivo si costruisce. È un processo, non un istinto immediato.
E avere bisogno di tempo non ti rende una madre peggiore. Ti rende reale.
2. Una madre vera ce la fa sempre
C’è ancora un’idea, sotterranea ma potente, che gira nei discorsi, nei consigli, nei silenzi:
una madre “vera” dovrebbe farcela da sola.
Senza chiedere nulla.
Senza lamentarsi.
Se ami davvero tuo figlio, dovresti bastargli e lui dovrebbe bastarti.
Ti dovrebbe “dare la forza”, come spesso si dice.
E se sei stanca, se ti senti sopraffatta forse è perché non stai apprezzando abbastanza quello che hai.
Forse sei ingrata per il dono che la vita ti ha fatto. Sbagliata.
E così tante donne finiscono per isolarsi, per stringere i denti in silenzio, mentre dentro si sgretolano un po’ ogni giorno.
Il mito della madre instancabile è subdolo: mette radici nella cultura, ma anche nelle relazioni intorno.
Se sei sempre stata quella forte, quella che tiene tutto insieme, diventa difficile quasi inconcepibile ai tuoi stessi occhi, chiedere qualcosa per te.
Eppure, nessuno cresce bene nella solitudine. Né i figli, né le madri.
La verità: chiedere aiuto non è un segno di fragilità, ma di responsabilità.
Perché i bambini hanno bisogno di madri che non si svuotano.
E una madre che riceve sostegno è più presente, più calma, più lucida. Ricordi la metafora dell’aereo qui sopra? Ecco.
3. Se ami davvero tuo figlio, devi metterlo sempre al primo posto
E’ un retaggio culturale, storico: una volta avuto un figlio una brava mamma, una di quelle che ama davvero rinuncia a sé stessa.
Mette da parte bisogni, desideri, pensieri, corpo. Si sacrifica.
Prima i figli. Sempre.
Ma a lungo andare questo sacrificio silenzioso diventa una trappola: ti svuoti, ti perdi, e inizi a sentirti in colpa anche solo per desiderare un’ora tutta tua.
Una doccia lunga. Un’uscita con le amiche. Un film in due.
Come se il semplice desiderare qualcosa per te fosse un peccato da espiare.
Molte donne si convincono che occuparsi di sé sia egoismo.
Che una buona madre debba bastare ai bisogni di tutti, dimenticandosi dei propri.
Ma una madre svuotata non ha più nulla da dare.
E spesso quel “mettere sempre gli altri al primo posto” ha un prezzo alto.
Molte donne si ritrovano a ignorare i segnali del corpo, a sopprimere la fatica, a zittire la rabbia e la tristezza.
Fino a quando il vaso non trabocca.
Non sempre con urla o pianti. A volte con un silenzio vuoto, altre con irritabilità che sembra spuntare dal nulla.
Quando non c’è spazio per sé, anche le emozioni si ribellano: diventano più intense, più difficili da contenere. La bussola interna si perde.
La verità: prendersi cura di sé non è un atto egoista, è un gesto di responsabilità verso chi ti sta accanto.
I figli imparano guardandoci: dare dei confini insegna a tuo figlio, nel tempo, come trattare sé stesso.Se tu ti ascolti, forse lo faranno anche loro, un giorno.
Il tuo benessere non è un lusso: è una base sicura.
4. Una buona madre sa sempre cosa è meglio per suo figlio
C’è questa convinzione che si tramanda dalla notte dei tempi, difficile da scardinare: tu sei sua madre, sai quello che serve al volo. Solo tu puoi capire ogni pianto, ogni bisogno, ogni fase…Come se il solo fatto di essere madre bastasse a trasformarti in una guida infallibile. Come se l’istinto materno fosse qualcosa che in ospedale ti consegnano alle dimissioni.
È vero che noi madri spesso cogliamo segnali minimi nei figli: un tono di voce diverso, un’espressione insolita, un comportamento che “suona strano”…
Ma questo non accade per istinto magico:
accade perché si è costruito prima un legame, perché ci si è prese il tempo di osservare, ascoltare, imparare.
Accade perché prima c’è stata presenza, non una sorta di preveggenza magica.
Nessuna di noi è nata madre.
Si diventa madre, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro, errore dopo errore.
Può succedere di sentirsi inadeguate quando non si riesce a calmare un pianto, quando si sbaglia qualcosa nella routine, quando si prendono decisioni e poi si cambia idea.
Non sapere tutto non è un peccato, nè un’onta.
Non toglie nulla al tuo essere sua madre.
Anzi: è proprio nell’imparare insieme, nel fare domande, nel restare aperta all’ascolto, che si costruisce una relazione vera.
La verità: essere madre non significa avere tutte le risposte, ma essere disposta a cercarle, a mettersi in discussione,
a stare con tuo figlio in modo autentico, anche nei dubbi.
La crescita non avviene nella perfezione,
ma nella reciprocità.
5. Una brava madre non prova mai emozioni negative verso suo figlio
Uno dei miti più dolorosi e silenziosi. Quello che più torna tra le pareti dei nostri Studi ma anche tra chiacchiere sottovoce tra amiche.
L’idea che una madre, se ama davvero, debba sentirsi sempre paziente, grata, sorridente. Che non si arrabbi mai. Che non desideri mai una pausa. Che non provi mai, almeno una volta, la voglia di scappare. Che non pensi mai: “Mi sono pentita”. Che non provi mai emozioni non piacevoli per i suoi figli.
E’ sempre bello scoprire che anche altre provano quello che provi tu. E’ rassicurante sapere che non sei l’unica, quella che ha qualcosa che non va se ogni tanto prova o pensa certe cose.
La verità è che ogni emozione è legittima.
Anche la rabbia. Anche la frustrazione. Anche il senso di impotenza.
Non sei una cattiva madre se ti senti stanca. Se ti viene voglia di alzare la voce. Se piangi da sola in bagno mentre tuo figlio dorme. Se hai pensato “non ce la faccio più”.
È in quel momento che invece molte donne si sentono sbagliate. E scatta la vergogna. La paura di essere inadatte. Il silenzio.
Ma la verità è che anche le madri provano emozioni difficili.
Rabbia. Frustrazione. Senso di impotenza. Noia, claustrofobia, voglia di silenzio. Desiderio di tempo solo per sé.
Non ti rendono meno madre. Ti rendono umana.
La verità: Il problema non è provare queste emozioni, è crederti sbagliata per averle.
Invece, i problemi nascono sempre nel cercare di sopprimere le emozioni difficili o nel non sapere come regolarle,
Ecco perché è così importante rompere questo mito perché è lì che si insinua la solitudine più profonda e possono nascere situazioni critiche.
Il miglior libro per neo-mamme
Io amo moltissimo un librino per bambini: è un albo illustrato semplice e breve ma potente. L’ho scoperto nel periodo in cui la mia prima figlia frequentava il nido. Non so quante volte l’ho consigliato negli anni da allora.
Si chiama “Urlo di mamma” (Jutta Bauer) e parla di qualcosa in cui tutte possiamo riconoscerci.
E’ la storia di una mamma pinguino che, in un momento di rabbia, urla così forte da far andare in pezzi il suo bambino. Alzi la mano chi di noi non lo ha fatto almeno una volta.
Il protagonista è un piccolo pinguino che inizia raccontando:
“Stamattina la mia mamma ha urlato così forte che mi ha mandato in mille pezzi.”
Quante volte capita di essere stanche specialmente quando sono molto piccoli? No continui, proteste per ogni cosa, urla per ogni frustrazione minima…Non serve nemmeno raccontare cosa succede prima, o perchè la mamma abbia urlato, o cosa abbia detto. Solo, il piccolo pinguino si è spaventato così tanto da frantumarsi: la testa vola tra le stelle (dissociazione), il corpo finisce nel mare (distacco emotivo), il becco tra i monti (mutismo), le zampe non riescono a stare ferme (pericolo a fermarsi? iperattività?). E’ il tema del trauma relazionale precoce: non servono eventi eclatanti. Per un bambino piccolo, un urlo forte può bastare a creare una crepa. A quell’età non hanno gli strumenti per decodificare che la mamma urla perchè è in difficoltà. Credono che la mamma urli perchè non vuole bene, o perchè sono cattivi.
In questo libro c’è però la ricetta magica che può sanare anche la più scomposta delle fratture. La mamma, accortasi di cosa è successo, parte alla ricerca di ogni pezzo. Li ritrova tutti. Li ricuce insieme. Poi abbraccia il suo pinguino e dice una frase semplice, ma cruciale:





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