Hai mai provato una grandissima paura verso qualcosa in particolare?
C’è chi ha paura dei cani, chi del dentista, chi degli aghi, chi degli spazi troppo larghi o troppo stretti…
Immagina ora di essere una persona che ha una vera e propria paura specifica verso i luoghi chiusi come gli ascensori, una cosiddetta fobia.
Se sei questo tipo di persona probabilmente organizzerai tutta la tua vita e le tue azioni intorno al non entrare mai, o il minimo possibile, in contatto con la situazione che tanto ti terrorizza.
Porterai la spesa a piedi anche se vivi nell’attico non importa quanto pesante sia se non ti è possibile caricarla nell’ascensore.
Anche se non stai bene fisicamente ti sforzerai di fare comunque le scale.
Se dimentichi qualcosa a casa nonostante tu sia in ritardo farai le scale correndo.
Potresti rinunciare ad alcuni luoghi o ad alcune esperienze.
Se proprio sarai obbligato a prenderlo passerai tutto il viaggio sudando freddo, con l’impulso a scappare fuori appena possibile. Magari chiederai a qualcuno di venire con te pur di non affrontare la situazione in autonomia.
Con il tempo il problema non è più l’ascensore, ma tutta la vita costruita attorno all’evitamento di esso.
Spesso, più spesso di quel che pensiamo, facciamo qualcosa di molto simile anche con il nostro mondo interiore.
Organizziamo inconsapevolmente la nostra vita per non sentire certe emozioni, non entrare in contatto con alcuni bisogni o non vedere aspetti di noi che, per qualche motivo, abbiamo imparato a temere.
Quando siamo in lotta con noi stessi: la paura inconsapevole di alcune parti del Sè
C’è chi ha imparato ad alzarsi le asticelle dei traguardi, e quando finisce per saltarle nemmeno sente il gusto tondo della gioia dentro ma è già lì, focalizzato sul prossimo obiettivo mai più basso della cima dell’Everest.
C’è chi si sente sempre in dovere di apparire sempre al proprio meglio e che non tollera alcuna forma di sbavatura, di goffagine, di imperfezione né in sé né, spesso, in nessun altro.
C’è chi evita gli scontri, le discussioni, sempre, e piuttosto accumula tutto dentro.
C’è chi ha bisogno di credere di avere il controllo ad ogni costo, dentro e fuori da sé, e passa il tempo a calcolare ogni mossa propria o degli altri, ogni possibile risultato, ogni possibile esito.
C’è chi sente di doversi tenere alla larga da ogni possibile forma di debolezza, non chiede mai aiuto, crede che le lacrime siano fonte di imbarazzo e che la vulnerabilità sia qualcosa da dover nascondere agli occhi degli altri ed anche ai propri.
C’è chi trascorre la propria vita a rimandare, rimandare, rimandare ad un domani, ad un lunedì che poi non arriva mai, il tempo passa e, come nella favola della Bella Addormentata, tutto si ferma avvolto dentro una stasi letale.
C’è chi beve, si abbuffa, usa sostanze o dilapida patrimoni interi. Sa benissimo che si sta danneggiando…Eppure continua a farlo. Spoiler: non è mai un problema di intelligenza o di scarsa motivazione.
A prima vista sembrano tutte situazioni diverse, sintomi diversi, problemi diversi.
Se dovessimo dare loro un nome potremmo parlare ad esempio di perfezionismo, ipercontrollo, procrastinazione, compiacenza, dipendenza o controdipendenza. Se ti sei riconosciuto in una o più di queste descrizioni puoi trovare sul sito delle pagine dedicate ad approfondirle.
Quello che vorrei fare qui, però, è qualcosa di diverso.
Vorrei fare ciò che spesso facciamo insieme in terapia: smettere per un momento di guardare soltanto il sintomo e iniziare a chiederci perché sia lì. Quale funzione svolga all’interno dell’ecosistema della mente. Come ti abbia in qualche momento della vita aiutato. Se oggi ti stia iniziando, invece, anche a danneggiare in qualche modo.
Perché è così importante passare la vita a rincorrere traguardi sempre più alti?
Perché è così importante evitare qualsiasi conflitto?
A cosa serve continuare a rimandare?
Quale dolore sparisce sotto l’effetto dell’alcol, delle droghe, in un binge di cibo o di shopping?
E se smettessi per un attimo di criticarti o di essere autosufficiente cosa accadrebbe?
La prima risposta che molte persone danno è: “Nulla, anzi le cose migliorerebbero.”
Eppure, se fosse davvero così, probabilmente avresti già smesso da tempo da te di fare o non fare quelle cose che senti che non ti fanno stare bene.
Alle radici dell’evitamento del Sè
Il mondo interno segue spesso logiche proprie. Logiche simboliche, che non funzionano come i calcoli delle equazioni matematiche o i ragionamenti che facciamo da adulti.
Dentro di noi esistono regole molto antiche, algoritmi di pensiero e di comportamento costruiti in un tempo lontanissimo: la preistoria della nostra vita, quel tempo in cui il cervello era ancora in formazione e stavamo imparando, giorno dopo giorno, come stare al mondo e come restare in relazione con le persone da cui dipendevamo.
Le prime piccole e grandi tribù che abbiamo conosciuto sono state le nostre famiglie.
Per sopravvivere e mantenere il legame, il bambino osserva, impara e si adatta alle regole implicite della propria famiglia (Vuoi sapere qualcosa di più specifico sul tema degli stili di attaccamento? Allora questo articolo potrebbe fare al caso tuo!)
È lì che molti di noi hanno imparato, spesso senza parole, le prime regole di ingaggio relazionale: quali emozioni erano benvenute e quali no come, come ti ho già raccontato nell’articolo sulla repressione emotiva.
E’ li che abbiamo imparato quali bisogni potevano essere mostrati e quali era per noi meglio nascondere. Quali parti di sé sembravano favorire la vicinanza e quali, invece, rischiavano di mettere in pericolo il legame.
È nell’esperienza profondamente dolorosa, per una specie relazionale e mammifera come la nostra, di sentire vacillare o spezzarsi il ponte che ci lega a qualcuno per noi di indispensabile, che spesso affondano le radici della paura più profonda di tutte.
Se abbiamo sentito che un nostro lato, una nostra caratteristica, un’emozione o un bisogno diventavano fonte di paura, di rifiuto, critica o umiliazione nella mente di qualcuno per noi importante, allora quella parte di noi non è più stata neutra.
Come nella più tipica costruzione delle fobie iniziamo ad essere spaventati da quel nostro lato, e per tutta la vita siamo inconsapevolmente guidati dall’evitamento di esso.
Kathy Steele, uno dei grandi nomi mondiali della Psicotraumatologia, descrive questo processo con un’espressione molto efficace: fobia dell’esperienza interna.
Non si tratta di una diagnosi clinica e non la troverai nei manuali di Psichiatria. È un modo per descrivere ciò che accade quando alcune emozioni, bisogni o parti di noi diventano così associate al dolore relazionale da trasformarsi in qualcosa da evitare.
Nel cuore di questo processo troviamo di frequente l’emozione di vergogna. Se vuoi saperne di più troverai nel blog un lungo articolo ad essa interamente dedicato: qui ti basti sapere che l’emozione di vergogna è l’emozione più dolorosa tra tutte, quella di cui siamo meno consapevoli e spesso quella dalla quale passiamo più tempo a scappare nel corso della nostra vita.
Contrariamente a ciò che si pensa, la vergogna non riguarda necessariamente l’aver fatto qualcosa di moralmente sbagliato né ha a che fare con l’etica.
Riguarda invece il sentirsi sbagliati come persone.
Quando questa esperienza diventa pervasiva e accompagna qualcuno per anni, si parla spesso di vergogna identitaria o tossica, proprio per gli effetti profondi che può avere sul modo in cui una persona guarda se stessa e il mondo.
La vergogna dice “se farai questo, se mostrerai questo, se proverai questo allora sentirai di nuovo quel dolore”. E’ a tutti gli effetti una forma di ansia.
La puoi immaginare come un grande freno a mano tirato su altre emozioni, bisogni e parti di sé: immediatamente interviene per bloccare l’espressione di ciò che, in qualche momento della nostra storia, abbiamo percepito come pericoloso per il legame.
In fondo sta cercando di fare una cosa molto semplice: impedire che il dolore di ieri si ripeta oggi.
Entrare in connessione con se stessi
Come tutte le strategie di evitamento, anche questa funziona almeno all’inizio.
Se evito ciò che mi spaventa mi sento immediatamente più al sicuro.
Il problema è che cosi facendo il cervello continua a vivere leggendo pericoli dove potrebbero non essercene affatto, e, contrariamente a quello che crediamo, distrarci da ciò che ci fa male o sforzarci di non sentirlo non farà guarire alcuna frattura. Anzi, più spesso accade il contrario: ciò che evitiamo continua a organizzare la nostra vita nell’ombra, diventando sempre più rigido e pervasivo. Continuiamo a credere a vecchie storie su noi stessi, nate in un passato lontano, e finiamo per vivere come se fossero ancora vere oggi.
Il rischio è quello di trascorrere anche la vita adulta in balia di parti di noi molto giovani e sofferenti che, in un tempo ormai lontano dal presente, hanno cercato a modo loro una soluzione a problemi che allora erano per noi reali.
La buona notizia è che il cervello continua ad imparare per tutta la vita, e nell’imparare cambia, si modifica.
Così come un tempo ha associato alcune parti del Sè al pericolo, oggi può gradualmente imparare qualcosa di diverso.
Può scoprire ad esempio che la vulnerabilità non è un nemico, ma parte integrante dell’esperienza umana, e che verso la propria fallibilità, verso gli errori e verso le parti che da esse sono spaventate si può sviluppare uno sguardo diverso da quello solito di biasimo e di riprovazione.
Può scoprire ad esempio che il legame con qualcuno può essere una esperienza anche sicura, non solo terrifica e che per essere amati non è affatto necessario funzionare bene.
Può scoprire che, quando si smette di scappare da ciò che si prova e si impara ad ascoltarlo, fidandosi di ciò che succede dentro, la bussola della vita torna lentamente ad indicare il Nord.
Se senti che è arrivato il momento di iniziare ad entrare in contatto con tutte le parti di te, possiamo farlo insieme.
Puoi scrivermi per un primo colloquio psicologico.
Come Psicologa a Cologno Monzese ricevo in uno spazio riservato e tranquillo, raggiungibile facilmente anche da Brugherio, Vimodrone, Sesto San Giovanni e Milano zona Est.
Non sei di qui? Possiamo svolgere l’incontro anche online.





0 commenti