“There’s no greater power than the power of goodbye” cantava Madonna, in un album intriso di spiritualità, Cabala e rinascita. E non è solo una canzone: è una legge psichica profonda. Perché le trasformazioni che poi restano nel tempo prima passano da lì. Dal chiudere con il passato.
Anche i Tarocchi ce lo ricordano, con la forza cruda e fertile del XIII Arcano, l’Arcano senza nome. È la carta della Morte, ma non quella figura lugubre che toglie l’energia vitale: è una figura che fa spazio stravolgendo l’ordine interno. Che taglia rami secchi perché la linfa possa tornare a fluire. Che rappresenta, nel linguaggio alchemico, l’inizio del Nigredo, quel buio necessario dove si dissolve la maschera, si disfa l’immagine che tenevamo stretta e prepara la nascita di qualcosa di nuovo a partire da quel che è stato, che ha fatto il suo tempo e può cedere in parte o totalmente il passo.
Nel mio lavoro di terapeuta, questo è uno dei momenti più potenti e delicati: quando una parte della persona sa che è tempo di lasciare andare, ma un’altra si aggrappa con tutte le forze al conosciuto. Anche se fa male. Anche se immobilizza. E’ un conflitto tra due istanze potenti.
Ad esempio…
Volere sapere o non volere sapere;
Restare o andarsene;
Cambiare o non cambiare;
Ascoltare i miei desideri o restare in questa relazione.
È un passaggio che non riguarda solo il lutto o la separazione, ma tutto ciò che dentro di noi chiede di finire:
– quella relazione che ci ha ferite ma continua a vivere dentro i pensieri,
– quel genitore che non ci è stato, ma che aspettiamo ancora che cambi,
– quel lavoro che ci svuota, ma a cui ci sentiamo legate da paure profonde,
– quel giudizio su di noi, antico e corrosivo, che ci trattiene dall’agire.
E spesso il passato non torna solo nei ricordi. Torna nei sogni, nei sintomi, nelle procrastinazioni. Negli appuntamenti disdetti all’ultimo. Nei pensieri che girano in tondo. Negli evitamenti invisibili che ci impediscono di vivere pienamente.
Quando il passato non si lascia alle spalle
Sappiamo, anche senza bisogno di studi, che non si va avanti se prima non si guarda indietro. Ma c’è una soglia oltre la quale il passato non illumina, bensì trattiene.
Diventa come una gomma da masticare sotto la suola: non si vede, ma rallenta tutto. Ci impasta. E non basta aspettare che si stacchi da sola.
Bisogna farlo con un gesto consapevole ma non chirurgico.
Quel gesto non è dimenticare. Non è cancellare le tracce dalla memoria come nel film Eternal Sunshine of the Spotless Mind.
È ricollocare il passato, dargli un posto nella nostra storia, senza lasciargli più il timone del presente.
Prima di lasciar andare, dobbiamo lasciare essere
Spesso si parla del lasciare andare come se fosse un atto di volontà. Ma in realtà, non possiamo lasciare andare ciò che non ci siamo prima potuti permettere di lasciare essere.
Nella mia esperienza clinica, questo è uno degli snodi fondamentali del lavoro profondo: non si può sciogliere qualcosa che è stato rimosso, negato, o mai veramente riconosciuto.
Ciò che non abbiamo potuto sentire resta lì, in attesa. E quando cerchiamo di “superarlo” troppo in fretta, di archiviarlo come se non ci appartenesse più, spesso torna: nei sogni, nei sintomi, nei pensieri ricorsivi.
Lasciare essere significa dare dignità all’esperienza vissuta, anche quando è scomoda, ambivalente, difficile da nominare.
Significa permettersi di sentire davvero quella rabbia che ci spaventa, quella tristezza che ci rende vulnerabili, quel senso di esclusione che ci fa vergognare.
Solo quando un’emozione è stata accolta nel corpo e nello sguardo, solo quando quella parte ferita ha potuto essere vista e sentita fino in fondo, allora sì può iniziare ad allentare la presa. Come nei lutti fisiologici in cui il dolore arriva, è forte e poi gradatamente scema.
A volte il processo di passaggio in ciò che nella vita ci ha fatto male avviene da sè, altre invece si blocca: a volte succede perchè è stato un evento negativo molto difficile, altre volte perchè è stato trauma.
Il lasciare andare non è una spinta, è un esito.
Accade quando smettiamo di combattere contro ciò che è stato, e lo lasciamo finalmente essere parte della nostra storia, senza più doverlo respingere.
Come capiamo che qualcosa è stato elaborato?
Non perché non ci pensiamo più, ma perché non fa più male ogni volta come all’inizio.
Non perché abbiamo giustificato tutto, ma perché abbiamo cambiato sguardo: siamo usciti dalla lettura vittimistica, abbiamo esplorato anche le fragilità altrui, e soprattutto le nostre.
Non perché l’abbiamo razionalizzato fino all’ultima virgola, ma perché abbiamo accolto il senso delle emozioni vissute allora e finalmente possiamo lasciarle andare.
Lo capiamo quando non abbiamo più bisogno di riportare tutto a galla per farci giustizia,
quando possiamo tenerlo nella soffitta della memoria, quella piena di storie che ci hanno rese chi siamo, ma che ora possiamo attraversare senza perderci.
Se senti che c’è qualcosa che non riesci a lasciar andare, se fatichi a chiudere con il passato forse prima c’è qualcosa che ha bisogno di essere vista.
Nel mio lavoro terapeutico, creo uno spazio in cui puoi dare voce anche a ciò che è rimasto inascoltato.
Non per forzarti a voltare pagina, ma per accompagnarti a scrivere quella che sarà davvero tua.
Se vuoi, possiamo cominciare da lì. Contattami qui
Aggiornato in data 10 giugno 2025





0 commenti