14 Ott 2025

Mindfulness: cos’è davvero, quando aiuta e quando può fare male.

Praticante seduta in ascolto interiore, in un ambiente calmo e naturale. L'immagine rappresenta la mindfulness come presenza delicata, radicata nel corpo, utile per ritrovare connessione e sicurezza dopo esperienze di trauma.

La Mindfulness è utile, ma non per rilassarsi o per staccare.

Ci sono momenti in cui ci sentiamo persi in noi stessi, disorientati nel muoverci nel mondo intorno, in balia di stati fisici o di emozioni difficili da padroneggiare come ad esempio l’ansia o il panico o o un senso di malessere diffuso che non si riesce a comprendere

La mente scappa, il corpo non si sente casa, il respiro si fa stretto. E allora quaùlcuno ti dice: “Fai Mindfulness”.

Quello che nella mia esperienza clinica vedo accadere sempre più spesso, però, è che la Mindfulness viene proposta senza una reale comprensione di cosa sia, di cosa attivi, e di cosa possa comportare.

La Mindfulness non è semplice.

Non è un “esercizio” fisico, non è una tecnica, non serve per “rilassarsi”.

Non ha come fine “controllare i pensieri negativi” né è un modo per “imparare a pensare positivo”

Non farà passare l’ansia in un baleno.

Non sempre è sicura per tutti, anzi in molti casi rischia, se praticata in maniera corretta, di generare stati fortemente disturbanti per alcuni tipi di persone.

La Mindfulness è un modo di stare nella propria esperienza, nel corpo e nel qui ed ora.
Ed è per questo che quanto più a lungo siamo sopravvissuti senza poterci ascoltare, tanto più va praticata con delicatezza, radicamento e sicurezza relazionale

In questo articolo cercherò di raccontarti cos’è davvero la mindfulness, quando può essere utile, e quando invece va avvicinata con delicatezza e, soprattutto, non in solitudine.

Che cos’è la Mindfulness e come funziona?

La parola Mindfulness oggi è ovunque, ma prima di diventare una delle pratiche più citate nel mondo del benessere, è stata ed è tutt’ora qualcosa di molto più profondo.
Le sue radici affondano nelle antiche tradizioni contemplative orientali, in particolare nel Buddhismo, dove la pratica dell’attenzione consapevole (sati, in lingua pali) è parte di un cammino spirituale fatto di presenza, etica e saggezza. Non è nata per calmare la mente: è nata per vedere chiaramente la realtà, anche quando fa male.

Negli anni ’70, Jon Kabat-Zinn, biologo e praticante di meditazione, comprese che alcuni di questi insegnamenti potevano essere trasformati in un percorso laico e terapeutico, accessibile anche a chi non aveva familiarità con il contesto spirituale originario. È così che nacque la Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR): un protocollo clinico pensato per aiutare pazienti con dolore cronico e stress, portando l’attenzione al momento presente con intenzione, senza giudizio.

Da allora, la Mindfulness è entrata nel mondo della Psicoterapia, evolvendosi in molteplici direzioni: dalla DBT (dialectical behavioural therapy) alla ACT (acceptance and committment therapy), dalla terapia del trauma alla CFT (Compassion focused therapy). Ciò che accomuna tutte queste declinazioni è la possibilità di tornare a sentirsi con curiosità e presenza. Non quindi un esercizio di rilassamento  ma un modo per tornare a riconnettersi a sé.

Nella Mindfulness le persone imparano ad osservare, in maniera aperta, curiosa e non giudicante, cosa accade nel loro interno in quel momento preciso. E’ un addestramento, una riabilitazione alla lettura di sè a livello di pensieri, di sensanzioni e di emozioni.

Quando ho iniziato il mio percorso di specializzazione in Psicoterapia, non conoscevo ancora la Mindfulness ma, da sempre appassionata di yoga, fu uno dei miei criteri con cui scelsi quella scuola tra le tante proposte milanesi.

Ricordo perfettamente la prima pratica, il primo giorno del primo anno: ci venne chiesto di assaporare con consapevolezza un chicco di uvetta.
Un gesto piccolissimo eppure inaspettatamente ricchissimo. Tatto, gusto, olfatto…

Tutti i miei sensi erano stati nutriti in un modo nuovo, radicalmente diverso da quello che accade quando mangiamo qualcosa di fretta, in mezzo alla quotidianità, con la mente altrove.
Quella semplice esperienza mi mostrò con chiarezza quanto spesso siamo scollegati da ciò che facciamo e sentiamo.

Nel tempo, una delle pratiche che più mi ha toccata e trasformata è stata quella dell’Insight Dialogue: una pratica di Mindfulness relazionale che si basa su alcuni specifici comandi chiave.
La pratica proposta era divisa in due fasi: la prima richiedeva il raccontare al compagno di pratica un aspetto di noi che faticavamo ad accettare. Senza accorgermene le parole uscivano in fretta, come su binari già tracciati: stavo ripetendo una storia che avevo già narrato tante volte. Una narrazione automatica, familiare in modalità pilota automatico.

Nel secondo turno, con il comando: Pausa. Rilassa. Apri. ci fu chiesto di raccontare la stessa cosa ma con attenzione a cosa stavamo sentendo.

E lì successe qualcosa.

La mia voce rallentò. Il racconto si fece diverso, non tanto nei contenuti, ma nel modo in cui emergeva.
Era più vero, più radicato. Non era più la mia “solita storia su di me”. 
Era una storia radicata in quel momento presente, non ripetuta.
E lì ho capito il senso profondo del portare consapevolezza nel presente. Di per sè non basta a cambiare la storia, ma crea lo spazio per permetterci di poterla davvero osservare da vicino. E forse, da quello spazio nuovo, iniziare davvero a trasformarla.

È anche per questo che, anni dopo, quando ho aperto il mio studio privato, ho scelto di scrivere su uno dei muri proprio quel comando:

Pausa, Rilassa, Apri, Confida nell’emergere, Ascolta in profondità, Dì la verità

(G. Kramer Insight Dialogue).

Effetti negativi della Mindfulness: quando non funziona e limiti

Moltissime persone vivono una vita in fuga da se stesse, provando per sè odio o biasimo. Ricorrono sistematicamente ed inconsapevolmente a distrazioni di varia natura che per un attimo sollevano la mente da un dolore antico che non abita solo la mente, ma abita soprattutto il corpo, le viscere.

Quel dolore, che spesso le persone descrivono come un buio, un buco nero, un vuoto, è spesso nato da qualche parte nel proprio passato e racconta la storia non solo di quello che abbiamo vissuto ma soprattutto di quello che ci è più mancato.

Un ascolto, un conforto, protezione, cura, presenza, difesa, sostegno, compagnia. Sono tutte qualità dell’amore.

Intorno a quel vuoto di solito gli umani hanno costruito inconsapevoli strategie di difesa, modi per sentirsi meglio, più connessi agli altri o alla propria realtà esterna, meno soli. Non importa se spesso queste strategie di sopravvivenza implicano un qualche tipo di inconsapevole lesione di sè.

Questo è il cuore del cosiddetto trauma complesso e la radice comune tra le varie forme di dipendenza umana.

Faremmo di tutto pur di non sentire più quella voce interna che ci ricorda con ferocia a volte estrema quanto siamo sbagliati, fallati, inadeguati, insufficienti e per non affogare in quel vuoto carico di solitudine che ci fa sentire lontani da tutto e da tutti a causa di qualche nostro presunto difetto. La vergogna, l’emozione che racconta della paura di essere ancora una volta soli per qualcosa che non va in noi, è non di rado l’emozione più frequente tra gli umani ma la meno riconosciuta e spesso la più dolorosa da provare perchè mette a repentaglio il nostro intrinseco bisogno di legame agli altri.

Se arriviamo da storie segnate da ambienti critici, svalutanti, trascuranti o abusanti, allora no non siamo stati educati ad ascoltarci.
Il corpo, le emozioni, i segnali interni sono stati plasmati sulle necessità esterne per necessità.
Non era sicuro sentire. Non era possibile farlo. Non sappiamo nemmeno come si fa.

In questi casi, mettersi nella condizione di stare con tutto quello che accade in noi può diventare profondamente disturbante perchè può accendere, senza che fossimo pronti per farlo, sensazioni o emozioni o pensieri che per anni avevamo messo da parte.

In altri casi fermarsi ad ascoltarsi significa rischiare di entrare in contatto con un caos interno o con un silenzio spento che, fino a quel momento, erano stati tenuti sotto controllo da strategie adattive come il compiacere, l’ipercontrollo, o la dissociazione.

In questi casi, la pratica della Mindfulness se proposta in modo standard, generalizzato, senza contesto clinico o senza guida esperta, può essere dannosa. In molti casi può amplificare il senso di disorientamento o autosvalutazione, e innescare l’ennesimo dialogo interno severo:

“Non riesco neanche a fare questo. Forse sono proprio un fallimento.”

Ed è proprio qui che la Mindfulness, da strumento di guarigione, può trasformarsi in un altro luogo in cui sentirsi sbagliati.

Mindfulness Somatica: un approccio sicuro per chi ha vissuto traumi

Per tutte queste ragioni, è fondamentale riconoscere che la Mindfulness non è una pratica neutra né adatta a chiunque in qualunque momento della vita. Richiede un terreno interiore sufficientemente stabile, uno spazio sicuro dentro di sé o nella relazione terapeutica.
E, soprattutto, richiede di essere accompagnata con delicatezza e discernimento, specialmente quando ci sono alle spalle storie segnate da traumi, trascuratezza, vergogna o emozioni represse a lungo.

La buona notizia è che esistono modi diversi per avvicinarsi a questa esperienza. Uno di questi è la cosiddetta Mindfulness somatica, un approccio autoosservativo per persone che non si sono mai potute abitare o ascoltare.

Nei casi di trauma relazionale o di storie segnate da vergogna e silenzi emotivi, non è sufficiente imparare a “stare nel presente”ma serve prima di tutto creare le condizioni perché quel presente sia tollerabile.

Ecco perché in questi percorsi è importante non forzare l’attenzione interiore, ma dosarla, regolarla, accoglierla con gradualità.

In questi percorsi molto del lavoro è diretto alla creazione di risorse interiori, somatiche, relazionali e cognitive, che permettano di poter osservare per un attimo esperienze interne disturbanti senza finirne travolti.
Insieme, nella relazione terapeutica, si lavora quindi per ampliare la cosiddetta finestra di tolleranza, ovvero quello spazio interno, fisiologico e psicologico, in cui possiamo sentire e pensare insieme senza sentirci collassati o senza fuggire, all’interno del quale potere gradatamente iniziare ad imparare a riconoscere, identificare, comprendere pensieri, ricordi, emozioni e sensazioni, .

Ecco perché in questi casi non si forza mai l’attenzione interiore, ma la si dosa, la si regola, la si accompagna con gradualità. Molto del lavoro è dedicato alla costruzione di risorse interiori — somatiche, cognitive o relazionali — che permettano di osservare anche ciò che è difficile, senza esserne sopraffatti.

Insieme, nel contenitore sicuro della relazione terapeutica, si lavora per ampliare la finestra di tolleranza: quello spazio interno, fisiologico e psicologico, in cui si può cominciare a sentire e pensare senza collassare o fuggire. Ed è da lì che, passo dopo passo, si può tornare ad ascoltarsi davvero — in modo nuovo, rispettoso e finalmente abitabile.

A volte non si tratta solo di imparare a respirare o a stare fermi. Si tratta di creare le condizioni perché il contatto con te diventi possibile, sostenibile, non giudicante.
Se hai una storia in cui l’ascolto di te è mancato o ti è sembrato pericoloso è normale quel che ti accade.

Nel mio lavoro, integro la mindfulness somatica con altri strumenti psicoterapeutici per aiutarti a riconnetterti al tuo corpo e alla tua esperienza interiore con rispetto, delicatezza e gradualità.

Se ascoltarti ti mette in difficoltà o se temi che alcune parti di te possano riaccendersi senza un contenitore sicuro, sappi che è comprensibile.
La Mindfulness può aiutare, ma non va mai affrontata da soli quando ci sono ferite antiche o un corpo che non si è mai sentito davvero casa.

Se vuoi capire con calma se questo tipo di lavoro può essere utile per la tua storia, possiamo farlo insieme nel primo colloquio.

Scopri Mirada, il mio primo incontro di accoglienza e orientamento.

Il mio studio si trova a Cologno Monzese, facilmente raggiungibile da Milano, Vimodrone, Brugherio, Cernusco sul Naviglio e tutta la zona Est di Milano.

Se arrivi con la metropolitana lo Studio si trova a pochi minuti dalla linea M2 (verde) fermata Cologno Centro. Se arrivi in macchina nei dintorni troverai aree di parcheggio gratuite.

Non sei di qui? Possiamo svolgere l’incontro anche online.

Se vuoi, puoi scrivermi anche da qui.

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Agnese Fiorino

Agnese Fiorino

Mi chiamo Agnese Fiorino. Sono una Psicologa, una Neuropsicologa ed una Psicoterapeuta. Mi occupo di affiancare in un cammino dentro l’anima coloro che vogliono darsi la possibilità di provare a trasformare la vita che hanno in quella che desiderano. Conosciamoci meglio

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