Narcisismo e dipendenza affettiva oltre gli stereotipi
Negli ultimi anni il termine “narcisista” ha smesso di essere una diagnosi clinica per diventare una scorciatoia narrativa.
Una parola passe-partout da appiccicare ad ogni relazione finita male, ad ogni persona che ci ha tradito, che ci ha fatto sentire usati o feriti.
Eppure, quando la psicologia diventa linguaggio comune senza filtri, qualcosa si perde: sfumature, contesti, storie personali.
E così, una struttura complessa come quella narcisistica, che nella sua manifestazione clinica conclamata riguarda una parte ristretta della popolazione, viene ridotta a una caricatura di se stessa.
Se il disturbo narcisistico riguarda una fetta relativamente piccola della popolazione generale, i tratti narcisistici, invece, anche se non ci piace pensarlo, sono pressochè universali perché umanamente universale è il nostro bisogno di sentirci visti, scelti, speciali, soprattutto da chi più ci ha tenuti tra le braccia da piccoli.
Quando più quel bisogno è restato costantemente disatteso nel tempo, in modi sottili o espliciti, quanto più ha lasciato negli anni una ferita che non si rimargina mai da sè.
E quanto più quella ferita è profonda e finisce per costituire l’intera anima dell’individuo quanto più diventano necessarie quelle strategie di sopravvivenza che costituiscono il cuore dell’esperienza intima del narcisismo: il vuoto devitalizzato che viene tenuto a bada conquistando, primeggiando, performando, dimostrando…Fino a quando uno dei pilastri crolla, e tutto si sgretola in un buio depressivo profondo.
L’emozione di vergogna domina incontrastata nelle pieghe profonde dell’anima del narcisista: il terrore di finire smascherato, la paura che tutti vedano quanto in fondo ancora una volta non si valga nulla…E in quel non valere nulla si spegne la mente disperdendosi in un buio sconfinato perchè si è strutturata attorno a quella che noi psicologi chiamiamo “amabilità condizionata“: esisterai nella mente degli altri non per quel che sei, ma per i risultati che ottieni. Il sistema di attaccamento/accudimento nel narcisismo è spesso infatti stato danneggiato e distorto: la vicinanza evoca gabbie costrittive e fuga, l’intimità aspettative di finire sottomessi o obbligati, le relazioni ricordano quanto non si è mai abbastanza, quanto si è profondamente deludenti.
Allo stesso modo, chi vive dinamiche di dipendenza affettiva, più frequentemente donne ma non solo, viene spesso dipinto nella narrazione stereotipata come la vittima passiva. La preda. L’agnello sbranato dal cattivo lupo narcisista (da questa immagine avevo tratto il titolo del mio primo articolo sul narcisismo che puoi leggere qui). Non si tiene mai conto che la passività e l’oblatività tipiche della dipendenza affettiva, la fortissima tendenza alla compiacenza non sono manifestazioni relazionali libere ma strategie di sopravvivenza inconsapevoli: se sarò disponibile, dolce, accondiscendente, non creerò problemi tu forse mi vorrai bene e magari non te ne andrai lasciandomi qui in preda alla solitudine. Dentro, abita un profondo stato di ansia costante che, anche se all’esterno può non trasparire, colora le ore del giorno e della notte della persona e rende mente e corpo ipervigili, in iper allerta, come se si vivesse in una giungla. Chi ha infatti questo tipo di struttura interna è come se avesse in sè acceso un radar sensibilissimo agli allontanamenti dell’altro: la vicinanza garantisce non conforto e coccola, ma sollievo transitorio da quella vecchia paura. L’allontanamento, vero o immaginato che sia, accende dentro una sensazione terrifica di frantumazione, di sperdimento nel nulla. La presenza dell’altro è come un cerotto su una profonda ustione.
Nella polarizzazione piatta e semplicistica tipica della narrazione sociale si rinforzano solo due cose: il disprezzo verso il presunto narcisista, e, nel migliore dei casi, un po’ di solidarietà o pietà per la parte “buona”. Ma nessuna di queste reazioni porta a un cambiamento vero.
Anzi: questo tipo di rappresentazioni crea stigma, aumenta la vergogna e lascia ancora più soli. In studio vedo arrivare persone spaventate all’idea di essere narcisisti, terrorizzate dalla gogna sociale. Spesso uno dei primi passi della terapia è proprio questo: fare pulizia tra stereotipi, etichette e storie vere e se l’etichetta in qualche modo risuona, allora lavorare per trasformarla in comprensione e compassione per sé.
In questo articolo vorrei raccontarti invece come si incastrano davvero queste due ferite quando si incontrano in una relazione, perchè effettivamente possono spesso finire per fare match e cosa succede quando ciò accade, e soprattutto perché non serve a nulla trovare un buono e un cattivo.
Etichettare spegne la curiosità, e la mancanza di curiosità amplifica il giudizio e diminuisce la possibilità di cambiare. La curiosità invece è quella risorsa che permette di aprirsi a nuove domande e, poi, a nuove possibilità.
Solo capendo perché funzioni così, puoi restituirti la possibilità di cambiare e, volendo, di cambiare anche il modo in cui vivrai le tue relazioni future.
L’incastro iniziale: quando il bisogno si traveste da amore
Nella fase iniziale di una conoscenza, chi ha una struttura narcisistica e chi tende alla dipendenza affettiva possono sembrare fatti l’uno per l’altra. Non perché si amino davvero, ma perché i loro bisogni si incastrano perfettamente.
Chi è strutturato attorno a strategie narcisistiche ha bisogno per anestetizzare il senso interno di vuoto e inadeguatezza di sguardi che brillino. Di occhi che ammirino, che confermino, che rendano speciale.
La conquista è come cocaina: uno slancio energizzante verso l’alto, lontano per un attimo dal freddo interno. Quando sente che l’altro è coinvolto, si accende una sensazione di valore, di importanza, che rilascia serotonina e placa, temporaneamente, quella voce critica che sussurra dentro in continuazione: non vali.
Chi vive invece una dinamica di dipendenza affettiva, si sente finalmente in salvo davanti alle attenzioni seduttive del partner: prova sollievo, si rilassa perché in quel momento non sente più la solitudine. L’attenzione è come morfina che spegne per un attimo l’allerta costante in cui vive.
Esiste nella mente di un altro e quel senso di pericolo, che ha imparato a riconoscere fin da piccolissimo come assenza, abbandono, sparizione, finalmente per un attimo si place.
Per il narcisista, l’attenzione dell’altro serve a disconfermare l’idea di non valere.
Per il dipendente affettivo, l’attenzione dell’altro serve per mettersi in salvo dal sentirsi persi, smarriti.
Ma in entrambi i casi, il focus non è l’altro.
Entrambi i tipi di personalità sono mossi nel loro modo di entrare in relazione non da modalità adulte, cooperative, paritetiche, ma da bisogni cuccioli, antichi: quello di sentirsi nella mente dell’altro perchè quella assenza viscerale, quel vecchio senso di vuoto, è intollerabile per ciascuno di noi.
Quando l’incastro comincia a scricchiolare
Una volta che la fase della conquista è terminata chi è mosso da strategie di tipo narcisistico inizia a perdere interesse per il partner: avendo in sè profonde difficoltà relative al bisogno di dare e ricevere cure e vicinanza non sente la coppia come un porto sicuro. E’ inconsapevolmente mosso dalla ricerca dopaminergica del proprio valore personale in senso di capacità: la conquista è un banco di prova. Come quel bel voto a scuola che mantiene alta la propria media e conferma la propria bravura. Una volta che l’esame è andato bene può dedicarsi al successivo. La vicinanza intima, invece che calmare, inizia a far paura. Evoca aspettative, richieste, vulnerabilità. E allora scatta la fuga: con il corpo, con la mente, con gli occhi.
E’ in quel momento che la coppia inizia a perdere l’equilibrio: per chi è mosso da strategie di dipendenza affettiva quel cambio di passo è devastante. E’ come se iniziasse a sentire rapidamente salire un senso di instabilità profonda. La calma sul terrore costante della prima fase inizia a scemare. E’ così che si accende la modalità di rincorsa e di controllo tipica della dipendenza affettiva: non è, neanche in questo caso, l’altro nello specifico a generare quel tipo di reazione, ma è l’assenza della presenza.
Ogni silenzio, ogni ritardo, ogni sguardo sfuggente viene vissuto come una minaccia: il panico si riattiva, la paura dell’abbandono esplode.
E per calmare la paura dell’abbandono la persona comincia a mettere in atto comportamenti sempre più caotici e confusi: si chiedono conferme e rassicurazioni continue. Si rincorre. Si compiace. Si chiede scusa per colpe mai avute. Si controlla l’altro. Si obbedisce. Si prova a fare di tutto per non essere dimenticatə.
Questo tipo di comportamento tecnicamente si chiama “cry for help”: è la strategia tipica dei cuccioli abbandonati dal genitore che emettono vocalizzi sempre più intensi per richiamarne la vicinanza protettiva.
Ma più ci si avvicina, più il narcisista si sente invaso. Più ci si allontana, più il dipendente si sente frantumato.
È un ballo tragico di disconnessione reciproca.
Ognuno insegue qualcosa che l’altro, nel proprio stato, non è in grado di offrire.
Il risultato?
Dolore. Malintesi. Rabbia.
E spesso, una fine che lascia entrambi ancora più soli e più convinti di essere sbagliati.
Qualcosa in quello che ho scritto ti risuona? Puoi scrivermi per un primo appuntamento. Nel mio studio a Cologno Monzese o online ti offro uno spazio dove ascoltare con delicatezza quello che oggi fa male ma che forse viene da molto più lontano nel tempo.





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