Paralisi decisionale, o paralisi da analisi: succede anche a te?
“Perchè non riesco mai a prendere una decisione?”…
“Rimugino su qualsiasi scelta, anche su quelle piccole…Figuriamoci su quelle grandi!”…
“Prima di prendere delle decisioni sento sempre il bisogno di chiedere un parere a tutti quelli intorno a me”…
“Finisco sempre per far fare le mie scelte a qualcun altro, da me non riesco”…
“Ho perso tante opportunità non riuscendo a scegliere”…
“Non sono più capace di prendere decisioni e finisco per avere rimpianti se non scelgo o rimorsi se scelgo d’impulso per l’ansia del tempo che sta per finire”…
Ti sembrano frasi familiari?
Anche se chi arriva in Terapia portando questa difficoltà si sente spesso diverso/a dagli altri, in realtà si tratta di una situazione piuttosto frequente.
Continuare a rimuginare su una decisione in effetti raramente ci aiuta a scegliere meglio. Più spesso finisce per bloccarci sempre di più, alimentando quella sensazione di immobilità che prende il nome di paralisi decisionale.
Perchè si verifica la paralisi decisionale?
In Studio, per quello che è il mio modo di lavorare, sono abituata a fare alla persona che ho davanti, soprattutto nei primi incontri, domande che a prima vista possono sembrare controintuitive: “Come ti ha aiutato in passato questo tuo comportamento? Da cosa ti ha difeso? Se non ci fosse stato cosa sarebbe potuto accadere in peggio nella tua vita? Oggi, come potrebbe danneggiarti?”. Una reazione comune a questo tipo di domande, soprattutto all’inizio, è di sbigottimento. Nessuno, di primo acchito, ritiene che il proprio comportamento, il “sintomo” clinico per cui accede allo Studio di un Terapeuta, abbia mai rivestito alcun ruolo benefico nella propria vita. Anzi, il bisogno tipico di noi umani è proprio quello di togliere ciò che ci addolora o ci disturba il più rapidamente ed efficacemente possibile senza mai darci il tempo di sedere in dialogo con esso.
In Terapia, invece, spesso facciamo qualcosa di insolito: per esempio, impariamo a riflettere su noi stessi, a studiare come scienziati, come biologi il nostro comportamento esattamente come faremmo di fronte a qualsiasi fenomeno naturale.
Non di rado, la paralisi decisionale si accompagna ad una certa “costellazione” di caratteristiche individuali: il rimuginio associato al bisogno di ipercontrollo, perfezionismo ed un’alta autocritica, una bassa autostima, la tendenza a procrastinare (se ti interessa, per ogni voce in celeste trovi un link ad una pagina di approfondimento dedicata a ciascuna di queste tematiche).
Molti dei comportamenti che oggi definiamo “sintomi” nascono quasi sempre nel tentativo di difenderci da qualcosa, anche quando oggi quel tentativo finisce per limitarci.
Con il tempo, questo ci permette di riprendere le redini della nostra vita: non eliminando quelle parti di noi, ma imparando a comprenderle, ascoltarle e guidarle, invece di esserne guidati.
Nel mio modo di lavorare non tratto la paralisi decisionale come un “difetto” da correggere, ma come il risultato di un conflitto tra parti diverse del Sé, entrambe animate da un’intenzione positiva.
Immagina, ad esempio, una persona che desideri cambiare lavoro.
Una parte di lei sente il bisogno di crescere, di trovare un ambiente più sano, di sentirsi finalmente valorizzata, di guadagnare di più o di avere un migliore bilanciamento vita privata e professionale. Questa parte premerà per cercare un nuovo lavoro.
Un’altra parte, invece, teme profondamente le conseguenze di quella scelta: perdere la stabilità economica, fallire, deludere qualcuno o ritrovarsi in una situazione persino peggiore di quella attuale. Questa parte preme per restare dove si trova, e spesso anticipa ansiosamente ogni catastrofe possibile che potrebbe accadere cambiando lavoro.
Quando queste due parti spingono con la stessa intensità ma in direzioni opposte, il risultato è un’immobilità comportamentale che, in alcune persone, può accompagnarsi anche ad un’intensa ansia o, per alcuni, ad attacchi di panico.
È un po’ come accade in fisica quando due forze di uguale intensità agiscono sullo stesso corpo in direzioni opposte: il risultato è una forza risultante pari a zero e il corpo rimane fermo perché le due tirano con la stessa intensità ma in direzioni opposte.
Molte persone descrivono proprio questa sensazione: si sentono esauste, pur avendo l’impressione di non aver fatto nulla. In realtà stanno spendendo enormi quantità di energia nel tentativo di tenere insieme due bisogni che, per come la mente li sta trattando, sembrano incompatibili.
In Terapia non lavoriamo cercando di “zittire” la parte che ha paura o cercando di convincerla ad essere più coraggiosa. Piuttosto, cerchiamo di comprendere cosa stia cercando di difendere ciascuna di quelle parti e se le strategie che ha imparato in passato siano ancora necessarie oggi.
Solo quando il conflitto viene compreso, anziché combattuto, torna ad esserci spazio per una decisione consapevole, in cui nessuna delle due parti deve essere silenziata.
Un piccolo esercizio pratico
Quando in Studio mi viene chiesto da dove si può cominciare di solito faccio fare questo piccolo esercizio come punto di partenza iniziale ispirato ad un suggerimento fornito da Janine Fisher, una delle voci più autorevoli nel campo della Psicotraumatologia, in uno dei suoi Seminari.
In Studio tengo sempre per questo tipo di esercizi una scatola con delle piccole paperelle di gomma (si, quelle dei bambini del bagnetto!). Ne faccio scegliere alla persona due identiche e le chiedo di immaginare che esse rappresentino le due parti del Sè in conflitto.
Ora, se la prima parte, quella che, nel mio esempio precedente vuole cambiare lavoro, potesse parlare cosa ci racconterebbe?
E se dessimo voce alla seconda, quella che non vuole cambiare, cosa potrebbe dirci?
Poi insieme scriviamo su un foglietto tutto quello che caratterizza ciascuna di queste parti: pensieri, emozioni, bisogni, desideri, paure, sensazioni fisiche associate.
Guardare il conflitto in questo modo, come se fosse una piccola rappresentazione teatrale in cui ogni parte interpreta un ruolo, permette spesso di fare qualcosa di nuovo: smettere di identificarsi con una sola voce e iniziare ad ascoltarle entrambe. A quel punto diventa molto più semplice comprendere perché ci sia un blocco.
Come può aiutarti la Psicoterapia
In Terapia impariamo non ad andare contro una parte di noi, ma a comprendere il ruolo che ciascuna ha avuto nella nostra storia e a costruire un dialogo diverso tra di esse.
Se ti sei riconosciuto in ciò che hai letto e senti che le difficoltà nel prendere decisioni stanno limitando la tua vita, possiamo lavorarci insieme.
Se vuoi, puoi contattarmi da qui.
Ricevo nel mio studio a Cologno Monzese, facilmente raggiungibile da Milano, Vimodrone, Cernusco, Brugherio, Sesto San Giovanni e tutta la zona Est di Milano.
È possibile anche un percorso online.
Anche scrivere e chiedere informazioni può essere un primo passo.





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