01 Giu 2025

“È sempre colpa della mamma?” – Perché in terapia si parla del passato

scarpe di adulti e bambini che simboleggiano la famiglia ed il passato di cui si parla spesso in terapia come con Agnese Fiorino Psicoterapeuta a Cologno Monzese

Parlare della famiglia in terapia: un modo per comprendere il presente

“Perché devo parlare del mio passato se è oggi che sto male?”

È una domanda legittima.

Forse anche tu l’hai posta, o l’hai solo pensata in silenzio, magari con un pizzico di fastidio in seduta o ancora prima, quando senti gli amici parlare dei loro percorsi.
Effettivamente, nelle prime fasi di Terapia, questo è un tema che occupa una buona fetta del tempo insieme: la famiglia d’origine, l’infanzia, quel che è stato.

No, lo scopo non è puntare il dito.
Non si tratta nemmeno di restare incastrati nel passato.

Parlare della propria famiglia in terapia è come iniziare ad osservare da vicino un albero a partire dalle radici.

È solo così che potremo in una successiva fase di Terapia decidere come cambiare il futuro a partire da chi siamo, senza cercare inutilmente invece di snaturarci.

Come si costruisce l’immagine di sé

Come Psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo Costruttivista non credo che tutti percepiamo le cose allo stesso modo.

In seduta mi capita spesso di usare come esempio la legge di gravità: se facciamo (e spesso lo faccio) un piccolo esperimento lasciando cadere a terra insieme due matite vedremo che esse, se lanciate allo stesso momento e dalla stessa altezza, non potranno fare altro che atterrare sul pavimento insieme.

E’ la fisica, ed è un dato di fatto oggettivo, svincolato dal vissuto individuale.

Di contro, quando inizio a chiedere alla persona che ho davanti “Pensi ai suoi amici o alle sue amiche più strette: anche loro farebbero o la penserebbero esattamente così?” difficilmente la risposta è sì.

Questo per dire che non esiste un singolo paio di lenti con cui leggere la realtà buono un po’ per tutti, ma che ognuno legge le cose a partire dal proprio particolare ed irripetibile modo di essere.

Dalla nascita in poi, costruiamo in modo inconsapevole degli “algoritmi relazionali” a partire dal modo in cui ci siamo sentiti con le persone che ci hanno tenuto tra le braccia più spesso.

Questi inconsapevoli algoritmi comportamentali hanno sempre a che fare con come noi ci percepiamo, con come ci aspettiamo di essere percepiti dagli altri e con come noi percepiamo gli altri.

Un neonato è come un foglio bianco, non ha un senso di sé: non sa distinguere la fame dalla sete o dal sonno in maniera autonoma. Infatti, per tutto il primo anno di vita, sono gli adulti che si mettono in gioco cercando di “indovinare” il significato del suo pianto e andando spesso a tentoni, almeno all’inizio. “Piange perché ha fame? Allora proviamo con il latte. Non si calma, allora sarà il pannolino da cambiare? No, è pulito. Allora avrà sonno? Proviamo a farlo dormire”. Dopo mesi di prove ed errori gli adulti sviluppano una comprensione dei diversi tipi di pianto e li associano ai diversi bisogni da soddisfare. Anche il neonato, intanto, inizia a creare dentro di sé una mappa dei bisogni fisiologici, a partire da come gli altri li hanno interpretati al posto suo. Intorno all’anno di vita, avrà interiorizzato queste associazioni al punto tale che sentendo un gorgoglio al pancino potrà dire “Pappa!”, poiché avrà connesso quella sensazione alla fame.

In modo simile, questo accade anche con l’idea di sé. Alla nascita un neonato non ha nessuna percezione di sé: non può pensarsi come una persona buona, brava, noiosa, simpatica, coraggiosa, fifona, testarda, altruista o ansiosa.

Questi pensieri che riguardano il sé si formano nella relazione con gli altri: il bambino li costruisce soprattutto (ma non esclusivamente) nei primi tre anni di vita, a partire da come “si sente visto” dagli occhi delle persone che ha attorno e poi continua a consolidare queste idee su sè, sugli altri e su sè con l’altro durante tutta l’infanzia fino all’adolescenza.

Ad esempio, in famiglie con più figli accade che la mamma e il papà reagiscano in modi differenti ai diversi temperamenti dei bambini: così un figlio più mite e “lento” potrà essere visto in modo più positivo rispetto a uno più reattivo (o viceversa) a seconda di come mamma e papà vedono le cose. In una famiglia con un figlio più posato e uno più vivace, quindi, può succedere che i genitori inizino a reagire in maniera più positiva a un tipo di temperamento piuttosto che all’altro. Questo può creare dinamiche relazionali molto diverse: se rimarranno stabili per tutta l’infanzia, andranno a creare nella mente dei figli idee diverse (anche opposte) riguardo a loro stessi e agli altri.

Un figlio posato potrebbe sentirsi “visto” dai genitori (o da uno solo) come una persona piacevole: di rimando, potrebbe manifestare un atteggiamento di apertura, iniziando a creare nella propria mente l’idea di sé come di una persona amata e degli altri intorno a sé come disponibili e presenti. Facciamo un altro esempio: un bimbo in buona salute, con fratelli o sorelle spesso malati, potrebbe iniziare a sentirsi “meno visto” dai genitori. Potrebbe spiegarsi questa sensazione pensando di essere meno importante, oppure più autonomo: le relazioni con gli adulti, a quel punto, potrebbero prendere forme diverse, portandolo ad accudire i genitori (con un rovesciamento dei ruoli familiari) oppure a non voler “dare fastidio” ai famigliari, perché sembrano distratti o disinteressati.

In terapia impari a prendere in carico ciò che fa male

Molte persone arrivano in terapia con un profondo disagio all’idea di “parlare male dei genitori“.
Magari i tuoi erano presenti, si sono sacrificati, hanno fatto del loro meglio. Ti sembra di fare loro un torto, di metterli in cattiva luce alle loro spalle, o di essere una persona ingrata. 
Ma in terapia non si cerca il colpevole: si guarda cosa hai sentito tu, cosa ti è mancato, quali messaggi hai interiorizzato crescendo.

Spesso alcune ferite antiche  restano dentro senza cicatrizzarsi con il passare del tempo ed il problema è che continuano a condizionare il presente ed il futuro in maniera automatica .

I cuccioli umani hanno una straordinaria capacità di adattarsi all’ambiente. La lunga immaturità del nostro cervello ci rende profondamente bisognosi di vicinanza, per anni.
Per questo i bambini scoprono presto e senza accorgersene quali modi di essere mantengono gli adulti vicini, disponibili, non ostili o rifiutanti.

Può darsi ad esempio che nessuno ti abbia mai detto esplicitamente che dovevi essere sempre bravə, ma che tu nel tempo abbia imparato lo stesso a  farlo perchè magari ogni volta che lo facevi le cose tra di voi andavano meglio mentre quando ai loro occhi non ti sentivi vista come silenziosa, adattabile ma una che dava problemi tu ti sia sentita rifiutata.
Non serve che ci sia stato un evento eclatante.

Oppure…Ti è mai successo di provare nel corpo disagio in certe situazioni, ma senza sapere bene il perché?

A volte, quel disagio fisico ha radici lontane.

Parlare di come ti sei sentitə all’interno della tua famiglia in terapia significa anche dare un nome a ciò che il tuo corpo ha trattenuto per anni.
È un modo per restituirti coerenza interna: poter capire perché si manifestino in te certe reazioni anche se ti sembrano “strane” o “sbagliate”.

Lo scopo della terapia è poterti permettere di dire: “Questo è successo. Questo mi ha fatto male. Questo vorrei provare a cambiare.”  imparando poi ad occuparti tu con responsabilità e cura di quelle mancanze.

Spesso, solo quando inizi a vedere davvero cosa ti è successo, si apre uno spazio nuovo anche per guardare ai tuoi genitori in modo più adulto.

Il tema non è il perdono. Non è “giustificare” o “assolvere”. È imparare a riconoscere con lucidità cosa hai sentito accadere o non accadere nella relazione con loro.

In terapia proviamo a fare due movimenti complementari:

1. Guardare a te con uno sguardo nuovo

Riconoscere le parti di te più giovani, quelle che portano ancora dentro una solitudine antica. Quelle che hanno imparato a difendersi come potevano. Oggi puoi imparare ad incontrarle con qualità adulte: cura, confine, presenza, ascolto, non giudizio, protezione.

2. Guardare ai genitori da una posizione più adulta

Non più idealizzandoli (“hanno fatto tutto bene”), non più svalutandoli (“è tutta colpa loro”), non temendoli o ponendoti nei loro confronti come un tempo quando eri piccolə.ma vedendoli come esseri umani: con i loro limiti, la loro storia, le loro possibilità e impossibilità che non dipendevano da te, ma da loro.

E da quella posizione puoi anche guardare i tuoi genitori con più realtà, senza perdere te stessə: né fonderti, né scappare, né frammentandoti.

Questo è uno dei movimenti più profondi della terapia: integrare le parti bambine che soffrono ancora oggi di un dolore congelato nel passato e allo stesso tempo costruire uno sguardo adulto capace di vedere gli altri per ciò che sono davvero.

Quando questo sguardo doppio si integra, qualcosa cambia profondamente: puoi smettere di vivere nel copione del passato e iniziare a scegliere la direzione della tua vita.

Parlare del passato in psicoterapia, quindi, vuol dire andare a scoprire quali sono gli “occhiali da vista” con cui finora hai guardato te stessa/o e il mondo attorno a te: da dove arrivano le convinzioni negative che hai su di te? Più o meno quanti anni avevi quando hai iniziato a vedere le cose in questo modo? Come ti hanno aiutato, all’epoca, queste “lenti”? Capire perché adesso ti vedi in un certo modo ci aiuta a cambiare punto di vista: è il primo passo per svincolarti da copioni relazionali che continuano a ripetersi, per smettere di sentirti sempre “al palo” nella tua vita, per non essere più in balia del tuo passato. Parlarne serve per costruire un nuovo presente in cui soddisfare bisogni rimasti sepolti per tanto tempo, darsi una nuova possibilità e riprendere in mano le redini della propria vita.

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Se hai paura di aprire questo cassetto…

Sappi che non lo farai da solə.
Nel mio studio, creiamo insieme uno spazio sicuro, dove ogni parte della tua storia può essere accolta senza giudizio.

Se senti che alcune parti di questa storia parlano anche di te e hai il desiderio di fare ordine dentro senza pressione potresti iniziare proprio da qui: scopri Mirada, il mio primo colloquio psicologico.

Nel primo colloquio possiamo iniziare a dipanare insieme i fili che fanno più male.

Lo studio si trova a Cologno Monzese, facilmente raggiungibile da Milano, Vimodrone, Brugherio, Cernusco sul Naviglio e tutta la zona Est di Milano.

Se arrivi con la metropolitana lo Studio si trova a pochi minuti dalla linea M2 (verde) fermata Cologno Centro. Se arrivi in macchina nei dintorni troverai aree di parcheggio gratuite.

Non sei di qui? Possiamo svolgere l’incontro anche online.

Non è troppo tardi per cambiare: se vuoi iniziare, puoi contattarmi da qui.

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Agnese Fiorino

Agnese Fiorino

Mi chiamo Agnese Fiorino. Sono una Psicologa, una Neuropsicologa ed una Psicoterapeuta. Mi occupo di affiancare in un cammino dentro l’anima coloro che vogliono darsi la possibilità di provare a trasformare la vita che hanno in quella che desiderano. Conosciamoci meglio

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