08 Nov 2025

Andare dallo psicologo serve davvero o è una perdita di tempo?

Divano su cui sedersi per iniziare un percorso con uno psicologo che serve per aiutare la persona a rapportarsi con se stessa in un modo diverso

Lo Psicoterapeuta aiuta veramente?

Molte persone arrivano in Terapia chiedendosi se lo Psicologo serva davvero, se “funzioni”, se ne valga la pena.

È una domanda comprensibile: quando si sta male si vorrebbe solo stare meglio, e possibilmente in fretta.

La psicoterapia, però, per quanto sia un percorso aperto a chiunque, non è un percorso a costo zero. Non lo è in termini economici, se si sceglie il privato, ma soprattutto non lo è in termini di tempo e di coinvolgimento personale.

Non è un luogo dove ricevere consigli.
Non perché il terapeuta non abbia, come chiunque, un’opinione propria ma perché la sua opinione non è ciò che cura.
Se la offrisse, rischierebbe di confermare, anche involontariamente, l’idea che tu non possa decidere da te, che tu non possa assumerti la responsabilità delle tue scelte o degli errori che come tutti potresti commettere.
Ti restituirebbe l’immagine di una persona che agisce su comando altrui, e non di qualcuno che sta imparando ad ascoltarsi e ad affidarsi al proprio giudizio.

Non è nemmeno una formula che applica tecniche con risultati garantiti come un’equazione.
La terapia non “risolve” i problemi: li usa come palestra, come laboratorio di opportunità trasformative, a partire dai quali inizi a capire come funzioni, dove ti senti in difficoltà e perchè con lo scopo finale di poterti permettere di giocarti diversamente nella vita.

E non è nemmeno uno sfogo monodirezionale.
Quando ci limitiamo a “buttare fuori” il malessere in realtà senza invece cercare di capirne le ragioni del suo esistere non facciamo altro che finire per rimestare dentro gli stessi pensieri e gli stessi stati d’animo, amplificandoli.
Per un momento ci possiamo anche sentire più leggeri, come dopo avere vomitato, ma poco dopo tutto torna com’era, solo più confuso. E spesso, invece di stare meglio, ci sentiamo ancora più fallimentari, sfortunati o inadeguati.

In che modo ti aiuta lo Psicoterapeuta?

La terapia è un lavoro diverso.

Per certi versi è un po’ come andare dal dentista: ci vai prevalentemente quando senti dolore e dai al professionista il mandato di esplorare proprio dove fa male, non dove è tutto a posto.
Sai che sarà un po’ spiacevole, ma sai anche che fa parte del processo di cura.

La differenza è che, in terapia, non ci sono anestesie ed il terapeuta non opera sulla tua mente in autonomia.
Si resta svegli dentro ciò che accade e si procede a lavorare con ciò che fa male insieme.
Puoi “alzare la mano” come dal dentista se qualcosa diventa troppo, ma imparare a stare con il proprio sentire fa parte del processo.

Sentire, in questo contesto, non significa sprofondare nel dolore o semplicemente ricordare: significa studiarlo come fenomeno vivo.

Quando dico alle persone “qui si lavora“, non intendo che bisogna sforzarsi o dimostrarsi bravi.

Intendo che la terapia è un processo attivo, un percorso di riabilitazione del sentire che si fa in due.

Qual è l’obiettivo della Psicoterapia?

In psicoterapia non si lavora dentro al dolore, ma con il dolore: lo si impara a guardare insieme come un fenomeno fisico e psichico con curiosità e precisione.

Si inizia a sperimentare curiosità verso se stessi: come ho appreso questa informazione negativa su di me? con chi? quando? a cosa mi è servita? da cosa mi ha tenuto lontano?
Diventa un teatro  esperienziale in cui si esplora come si manifesta nel corpo, quali qualità sensoriali ha, quali pensieri ed emozioni porta con sé, cosa succede immediatamente prima e cosa cambia in me e nel mio comportamento quando arriva.

È questo studio che lo rende pensabile, e nel tempo anche trasformabile.

L’obiettivo è imparare a riconoscere quando e come quel dolore si accende, cosa lo precede, cosa lo alimenta e come poterlo gestire diversamente, così da non esserne più travolti ogni volta.

Il male originario non sparisce per magia: perde il potere di comandare ogni reazione.

La terapia altro non è che una forma di riabilitazione delle funzioni interne che per vari motivi si sono atrofizzate o non hanno mai avuto pieno sviluppo.
Il Prof. P. Fonagy parlerebbe di riattivare la capacità di mentalizzare, ossia la capacità di “tenere a mente la mente” propria ed altrui per interpretare i comportamenti a partire da pensieri, emozioni, intenzioni e desideri.

È ciò che ci permette di capire che:

  • se una persona si allontana, non è necessariamente perché “non valgo” (ma magari perché è stanca o preoccupata);

  • se mi sento arrabbiatə, non significa che sono una persona cattiva, ma che dentro di me si è mosso qualcosa di doloroso;

  • se provo paura o desiderio, non devo agire subito, posso prima pensare a cosa significano per me.

In altre parole: mentalizzare significa pensare i sentimenti invece di esserne travolti.

Alla nascita, il neonato non sa dare un perché né distinguere i propri stati interni:  fame, sonno, eccitazione, mal di pancia, tristezza, rabbia, gioia, solo per dirne alcuni.
Sono i genitori che, con una serie di prove ed errori nel tentativo di decodificare il pianto, iniziano a capire che i pianti non sono tutti uguali e che ciascuno di essi è legato a un bisogno specifico.

Nel continuo rimandare al bambino che il pianto può essere decodificato, che ad esso può esserci sollievo e che ogni pianto è legato a uno stato interno diverso, il bambino stesso intorno al primo anno di vita finisce per associare il languore al pancino alla parola pappa.

Anche per quanto riguarda le emozioni e la soddisfazione dei bisogni, il percorso è simile.
La capacità di mentalizzare si costruisce nelle prime relazioni: quando il bambino vive emozioni forti e l’adulto le rispecchia in modo sufficientemente calibrato (“ti sei spaventato, vero?” “sei arrabbiato perché ti ho detto di no”), il bambino impara che ciò che sente ha un nome, un confine e un senso.

Se invece il caregiver non riconosce gli stati mentali del bambino, li nega o li distorce (“non sei arrabbiato”, “non piangere per queste sciocchezze”, “sei troppo sensibile”), il bambino impara che i propri stati interni non sono pensabili né condivisibili.
E allora li spegne o li vive solo come corpo: ansia, sintomi, impulsività, dissociazione.

È questo il nucleo del trauma relazionale e del fallimento di mentalizzazione.

Molti si oppongono a questo contatto con se stessi attraverso le mille diverse forme di fuga tipiche di noi umani (le dipendenze, la procrastinazione, il sonno, la distrazione, l’evitamento tanto per dirne alcune) non per pigrizia o per per incapacità ma per una mera questione di sopravvivenza.

Si oppongono al sentire ciò che di sè fa male perchè questo riaccende una vecchia e mai cicatrizzata ferita nata a partire da come si sono sentiti di non esistere come interi nella mente degli altri.
Se per anni ti sei sentitə accoltə solo in alcune parti mostrare le altre diventa pericoloso.
E così impari a combattere te stessə: a sorridere quando vorresti piangere, a essere disponibile quando vorresti dire di no, a mostrarti forte quando sei esaustə.
Ti alleni a diventare la versione più accettabile possibile, anche a costo di tradire ciò che senti.

La vergogna entra in scena: è fatta per funzionare come un freno a mano. Se ti mostri, ad esempio, imperfetto perderai gli altri e resterai solo. Stop, may day, may day, non farlo assolutamente! Pericolo pericolo pericolo!

Per tenerti con gli altri la mente allora negli anni impara a controllare, cercando di sopprimere ma raramente riuscendoci davvero, proprio ciò che ti rende diversə, stranə, imperfettə: quella parte “X” che teme possa allontanare gli altri. Che sia l’essere introversi, l’essere silenziosi, l’essere imperfetti o meno bravi degli altri, più cagionevoli, più fragili o vulnerabili, fisicamente non conformi o neurodivergenti…
È un’emozione che si accende non tanto per ciò che sei, ma perché sente che quel tratto non è neutro relazionalmente: potrebbe farti perdere amore, stima, presenza.

E così impari a cancellarti un po’.
A diventare più gradevole, più utile, più efficiente, più “a posto”.
Per restare in relazione, ti separi da te stessə.

Con la Psicoterapia si guarisce?

Nel percorso terapeutico non si rompono vecchi schemi di sopravvivenza a colpi di tecniche-bomba.

Non si tolgono sintomi come denti cariati.

Se necessario si affiancano trattamenti con altri specialisti che possano supportare anche farmacologicamente quando l’incendio della sofferenza spegne la lucidità e le risorse necessarie allo studio di sè.

Lo scopo finale non è togliere qualcosa che non funziona, aggiustare i pensieri, rendendoli più funzionali, o eliminare alcuni comportamenti. Ci sono casi in cui i comportamenti dovranno essere resi meno disturbanti, per la persona o per chi le sta intorno, ma anche in quei casi la remissione non sarà l’obiettivo finale: sarà una tappa del lavoro.

Il concetto di guarigione in terapia a mio avviso è spesso fuorviante. Se lo intendiamo in senso medico, no, non si “guarisce” dal proprio dolore, soprattutto se è un dolore che ha a che fare con vecchi vuoti o ferite profonde.
Quel vecchio vuoto non può essere cancellato o rimosso: è come il Big Bang che ha dato il via all’universo della tua interiorità, attorno a cui, nel bene e nel male, ti sei costruitə e sei arrivatə ad essere la persona che oggi sei.

Se per guarigione si intende invece un cambiamento nel modo di vedere o di sentire alle cose allora certo, in questo senso la guarigione è possibile ed è l’obiettivo finale. E’ questo a cui serve lo psicologo.

A volte leggere queste cose smuove qualcosa che ha che fare con un senso di riconoscimento: “Qui ci sono io”, “Questo lo faccio anch’io”, “Forse non è che sono sono sbagliatə, è che devo capire meglio alcune cose..”.

Se sta succedendo anche a te adesso, sappi che non è un segnale che devi necessariamente “buttarti in un percorso lungo” ma che potresti intanto avere bisogno di uno spazio iniziale dove guardare da vicino cosa si sta muovendo, con qualcuno che lo possa sostenere insieme a te. Il primo colloquio psicologico, che nella mia offerta si chiama Mirada, nasce con questo obiettivo.

La Psicoterapia ti cambia

Nel percorso, a poco a poco, si ammorbidisce la barriera che ti teneva al riparo da tutto, dolore compreso.
Le difese, che per anni sono servite a difenderti, possono diventare più permeabili.
Non si demoliscono, si flessibilizzano: lasciano progressivamente filtrare qualcosa, consentono un passaggio tra dentro e fuori.
È in quella porosità che comincia il lavoro terapeutico vero e proprio il cui fine è risorsare la mente di nuove possibilità che aumentino, come diceva il Prof. B. Bara, “il numero dei giochi giocabili” nella vita.

Si finisce così con l’aumentare non solo la consapevolezza di sé, ma anche il senso di agency: la capacità di avere in mano le redini della propria interiorità e della propria vita.

Quel vecchio dolore che, poco fa, paragonavo al Big Bang non sparisce, ma impari a rapportarti con esso in modo diverso, affinchè non sia più così assordante o ingombrante ed i tuoi comportamenti, piano piano, smettono di esserne così tanto condizionati.

Il terapeuta non forza, non spinge.
Resta accanto finché la mente stessa decide che può aprirsi un po’ di più.
E in quello spazio nuovo, minuscolo ma reale, il dolore può essere sentito senza distruggere, e la relazione con l’esterno può tornare a essere connessione, invece che difesa.

A volte non serve sapere da dove cominciare, basta iniziare a sentire che qualcosa in te si sta muovendo.

Se vuoi capire se questo è il momento giusto per iniziare un percorso, possiamo parlarne insieme.

Nel primo colloquio posso aiutarti ad esplorare cosa sta accadendo dentro di te, con uno sguardo professionale e non giudicante.

Il mio studio si trova a Cologno Monzese, facilmente raggiungibile da Milano, Vimodrone, Brugherio, Cernusco sul Naviglio e tutta la zona Est di Milano.

Se arrivi con la metropolitana lo Studio si trova a pochi minuti dalla linea M2 (verde) fermata Cologno Centro. Se arrivi in macchina nei dintorni troverai aree di parcheggio gratuite.

Non sei di qui? Possiamo svolgere l’incontro anche online.

Se vuoi, puoi contattarmi anche da qui.

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Agnese Fiorino

Agnese Fiorino

Mi chiamo Agnese Fiorino. Sono una Psicologa, una Neuropsicologa ed una Psicoterapeuta. Mi occupo di affiancare in un cammino dentro l’anima coloro che vogliono darsi la possibilità di provare a trasformare la vita che hanno in quella che desiderano. Conosciamoci meglio

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