22 Feb 2021

Relazioni tossiche e copioni relazionali: il triangolo drammatico.

Relazioni tossiche e come uscirne. Psicologa a Cologno Monzese

Si parla spesso di relazioni tossiche o relazioni disfunzionali…Ma cosa sono davvero? E perché tante persone si ritrovano ciclicamente invischiate in dinamiche che fanno soffrire?

Ti è mai capitato di avere la sensazione che le tue relazioni sentimentali si ripetano sempre allo stesso modo? Di pensare che, anche se cambiano i volti e i nomi, la storia finisca sempre con lo stesso copione? Ti sembra di attirare sempre lo stesso tipo di persone sbagliate? Magari ti sei sentitə dire frasi come: “Te li vai a cercare” oppure “Sembra che te li scegli col lanternino”.

Se ti sei riconosciutə anche solo in una di queste domande, potresti trovarti all’interno di un copione affettivo. Un meccanismo inconscio che guida alcune delle tue scelte relazionali.

Prima di lasciarti proseguire con la lettura vorrei inserire un piccolo caveat: già solo il modo in cui ci poniamo le domande, attiva spesso emozioni di colpa o di vergogna. Ci chiediamo: “Ma allora è colpa mia? Sono io che li scelgo così?” “Me li merito?”. Ti anticipo la risposta: no, non lo fai intenzionalmente.
Non sei una persona “masochista”, pigra, né tantomeno qualcuno a cui “piace” essere trattato male.

Queste frasi, che suonano come giudizi travestiti da spiegazioni, le sento spesso in seduta dette con amarezza da chi arriva stanco, frustrato, disilluso, perché non riesce a cambiare il proprio destino affettivo.

La verità è che finora, non hai avuto strumenti diversi per scegliere. Non hai ancora sviluppato consapevolezza su certi tuoi bisogni profondi, sulle tue ferite relazionali, o sulle dinamiche interiori che ti portano inconsapevolmente sempre lì.

Ma ora ti lascio leggere.
E mentre lo fai, spero che tu possa curiosare nei tuoi perché, senza colpevolizzarti.

Cosa sono i copioni o giochi relazionali

Quando parliamo di “copioni” o “giochi” relazionali intendiamo modelli automatici di funzionamento: sono strategie, schemi o modalità di comportamento che una persona apprende fin dall’infanzia. Si tratta dei “modi migliori” che aveva a disposizione per mantenere vivo e in salute il legame affettivo con chi più gli è stato accanto nell’infanzia, tradizionalmente le figure genitoriali.

Ad esempio, se hai vissuto in una famiglia in cui hai sempre percepito la vulnerabilità emotiva di un genitore, oppure quella fisica (nel caso di una lunga malattia), potresti aver imparato prenderti cura di quel genitore perchè lo ami e ne hai percepito il bisogno, la fragilità. Avrai sbilanciato il modo di essere felici insieme attraverso costanti comportamenti da “piccolo adulto”. Quando questo comportamento si attiva, porta a inibire la “parte bambina” che invece vorrebbe non solo essere coccolata, ma desidera anche, come è normale che sia, essere più spontanea e bisognosa di farsi accudire: questo accade perchè senti che quel bisogno sarebbe fonte di problemi nella relazione con una mamma o un papà fragile.

Secondo Eric Berne, il fondatore dell’Analisi Transazionale, “il gioco psicologico è una serie di transazioni ulteriori ripetitive a cui fa seguito un colpo di scena con uno scambio di ruoli, un senso di confusione accompagnato da uno stato d’animo spiacevole come tornaconto finale, in termini di rinforzo di convinzioni negative su di sé, sugli altri, sul mondo”.

Un “gioco” psicologico o relazionale ha sempre alcune caratteristiche:

  • Ripetitività: ogni persona gioca il suo copione “preferito” più e più volte perché è quello con cui ha più familiarità e, involontariamente, sceglie sempre lo stesso tipo di partner.
  • Inconsapevolezza: la persona mette in scena il “copione” o “gioco” senza rendersi conto della propria corresponsabilità nel generare e mantenere il circolo in cui si trova.
  • Scambio di ruoli: quando tra due partner che giocano in ruoli complementari arriva una crisi, c’è la tendenza a invertire i ruoli (oppure a “giocare” un altro ruolo ancora) nel tentativo di arginare il dolore e di proteggersi dall’altro.

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Cos’è il modello del “triangolo drammatico”

Il più famoso tra i modelli psicologici per descrivere il meccansimo di funzionamento sottostante le relazioni disfunzionali è quello descritto da Stephen Karpman: si chiama “triangolo drammatico” e prevede i ruoli di Vittima – Salvatore- Carnefice (o persecutore).

Visivamente, immaginalo come un triangolo rovesciato nel quale l’angolo inferiore è occupato da chi si identifica nel ruolo della vittima ed i due angoli superiori occupati rispettivamente dal Salvatore e dal Carnefice.

Di solito le coppie che si trovano incastrate in relazioni disfunzionali sono caratterizzate da un duo vittima/salvatore oppure un duo vittima/carnefice. Raramente due partner che vivono aderendo ad uno di questi copioni dolorosi si scelgono tra simili.

Nessuna di queste è una dinamica relazionale alla pari, che è tipica invece delle coppie che funzionano in maniera equilibrata. Sono tutte relazioni in cui c’è un partner in una posizione dominante ed un partner collocato in una posizione sottomessa.

Per fare chiarezza sin da subito: a tutti noi capita occasionalmente di impersonare uno o tutti e tre questi tipi di personaggi. La sofferenza emotiva arriva però non quando le persone aderiscono occasionalmente ad uno di questi atteggiamenti, ma quando vivono una vita aderendo completamente ad uno o più di questi copioni.

La Vittima

“Povero/a me!”

C’è chi si presenta sul palco della vita leggendo il copione di un personaggio che si sente sempre meno, mai in grado di approcciarsi alla vita come gli altri, in balia degli eventi. Questo personaggio, chiamato Vittima nel modello del triangolo drammatico, porta con sè una esperienza di vita spesso fallimentare su uno o più fronti della quotidianità: lavoro, relazioni, socialità.

Lo sguardo interno è ferocemente critico, il valore personale percepito è estremamente basso a prescindere dai risultati oggettivi. Nelle relazioni tende a mostrare accondiscendenza e remissività salvo scoppiare occasionalmente in crisi di forte rabbia, tendendo a rinfacciare all’altro cose taciute per lungo tempo nel timore di perderlo.

Con uno sguardo su di sè filtrato unicamente attraverso le lenti del biasimo e dell’autocritica non di rado la Vittima nelle relazioni cerca qualcuno che si occupi di lei (il Salvatore) o finisce per farsi andare bene chiunque le mostri un minimo di interesse senza mai porsi la domanda “Cosa piace a me?”.

Nel legame con la figura di chi ha come copione il Carnefice non è raro osservare nella Vittima una ambivalenza: lieta di essere oggetto dell’interesse di qualcuno che sente come superiore a lei e che le sembra un riferimento forte e sicuro, ma anche conferma costante del proprio senso profondo di inadeguatezza ed inferiorità  nei momenti conflittuali, quando il Carnefice sposta sul partner ogni responsabilità per i problemi o per le difficoltà.

Il Salvatore

“Ci penso io!”

Come abbiamo visto nell’introduzione a questo articolo, il Salvatore arriva spesso da famiglie dove è stato indispensabile inibire lo slancio vitale ed il bisogno di cure, di prossimità e di attenzione tipiche del bambino. Genitori vulnerabili e bisognosi emotivamente o fisicamente di cui doversi occupare, da dovere tutelare o da dovere rendere felici. Il bambino o la bambina che assume inconsapevolmente il ruolo di Salvatore è un bambino che è finito con il crescere troppo rapidamente, diventando precocemente un “piccolo adulto”. Ripercorrendo la storia di attaccamento, questa modalità relazionale è finita spesso per diventare premiante nella relazione con le figure adulte: un bambino bravo, obbediente, tranquillo, accondiscendente non è un bambino di cui alcuno si lamenta. Mamma e papà finiscono in qualche modo per sentirsi sollevati dal compito di doversene occupare, non hanno ulteriori pensieri, gli altri ne lodano le qualità. Il bambino finisce per sentirsi più amato, meno a rischio di perderli o di vederli soffire “per causa sua”. Quello che negli anni succede è che di regola finisce per perdere di vista sè ed i propri bisogni.

Anche da adulto, il Salvatore continua a trovarsi in relazione con partner bisognosi. La tendenza compulsiva ad aiutare e ad essere riconosciuto dalle altre persone nel proprio essere sempre presente, alla lunga però non fa altro che confermare che solo nella propria utilità potrà sentisi nel cuore e nella mente dell’altro, rafforzando inconsapevolmente una profonda solitudine interna.

Il Carnefice

Spesso si mostra come qualcuno molto sicuro di sé, ha necessità di mantenere il controllo sulle cose o sugli altri più vicini e tende facilmente a criticare.

In questo senso, la battuta più frequente se fossimo a teatro potrebbe essere: “È colpa tua, non mia”.

Nell’errore o nel fallimento, come in quel vecchio gioco tra bambini, la tendenza è fare “specchio riflesso”, spostando sull’esterno la responsabilità. La rabbia, il biasimo e la critica sprezzante attivano nell’altro (frequentemente qualcuno con il copione della Vittima tra le mani) un profondo stato di vergogna, andando a toccare il suo senso di inadeguatezza.

In realtà, il biasimare e far vergognare è una strategia inconsapevole per gestire la propria vergogna, che il Carnefice da solo non è in grado di maneggiare. La necessità vitale di sentirsi sempre nel giusto, il bisogno di controllo sulle cose o sugli altri affinchè tutto vada come desidera, la difficoltà nel comprendere la mente dell’altro quando ha bisogni diversi dai propri, l’immagine di sè positiva da dover sempre mantenere sono spie di un profondo dolore, raramente riconosciuto dalla persona stessa, che spesso ha radici lontane. Il Carnefice infatti spesso lotta con la paura della propria inadeguatezza. La teme e se ne deve difendere, lanciandola come una bomba a mano più lontano che può. A volte dalla scatola delle memorie del passato sbucano echi di figure adulte percepiti come richiestive, a tratti svalutanti, severe sui fallimenti e sorridenti solo a patto di funzionare bene, di ottenere risultati positivi. Altre volte sbucano figure adulte fallimentari, dalle quali doversi differenziare a tutti i costi.

Ci sono circostanze in cui questa dinamica relazionale può sfociare nello schema di una relazione di natura abusante. Una persona può sentire di non riuscire a chiudere una storia con una figura che sente talvolta come interessata e attenta, talvolta come aggressiva e possessiva, e pur avendone paura, non sa cosa fare perchè è combattuta tra bisogno di vicinanza (che a volte in quella relazione sente soddisfatto) e bisogno di difesa di sè. Se ti interessa ho scritto un blog post su queste dinamiche in cui spesso le persone, soprattutto donne, si finiscono per sentire intrappolate.

Tutti e tre questi ruoli hanno una caratteristica in comune: sono tre strategie diverse di gestione inconsapevole della emozione di vergogna.

La passività autocritica della Vittima, la compulsività nel dedicare cura all’altro da parte del Salvatore, la dissociazione rabbiosa della propria inadeguatezza da parte del Carnefice sono modi con cui le persone cercano di fare i conti con una antica ferita: quella del non essersi sentiti amati. 

“Se faccio, se deciso posso sbagliare, e se sbaglio confermerò davvero quanto sono insufficiente” è come se dicesse la Vittima.

“Se mi occupo di me e non di te tu ti allontanerai da me”, dice la strategia inconsapevole del Salvatore.

“Non posso non essere perfetto, nel giusto, forte, in controllo”  la sirena del pericolo interno del Carnefice è sensibile a qualunque disconferma.

 

Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori:
essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti.
(William Shakespeare)

Come uscire da una relazione disfunzionale di coppia?

Una caratteristica delle relazioni che si rispecchiano nel modello del “triangolo drammatico” è la tendenza allo scambio di ruoli all’aumentare della sofferenza nella coppia: Karpman lo chiama “scarto drammatico”.

Ad esempio, una persona che si identifica tipicamente nel ruolo del Salvatore ad un certo punto della storia potrebbe  iniziare a sentire il peso della solitudine nel doversi sempre occupare degli altri senza ricevere mai le cure e la presenza di cui avrebbe bisogno, e cercare, senza successo, di attivare il partner. A quel punto, nel rancore e nella delusione conseguenti, potrebbe iniziare a spostarsi verso il polo del Carnefice o potrebbe farlo l’altro partner che, nella improvvisa cessazione delle cure e delle attenzioni solite, potrebbe diventare rabbiosa e richiestiva.

O, ancora, in alcune dinamiche sentimentali

Come avrai intuito per uscire da un copione affettivo è necessario imparare a guardarsi con occhi curiosi e studiare come abbia funzionato fino ad oggi la tua automatica modalità di pensare a te ed a te con gli altri.  Il primo passo, quindi, è lavorare in Terapia su quella che noi Psicoterapeuti Cognitivo Costruttivisti chiamiamo “analisi della carriera sentimentale“: grazie a questo lavoro le persone iniziano a prestare attenzione a quali elementi ricorrenti caratterizzino quelle che sono state le proprie relazioni più significative.

Grazie a questo lavoro è tipico finire per scoprire che non sono i canoni estetici a guidare le scelte sentimentali importanti, ma criteri molto più profondi ed intimi legati nella maggior parte dei casi alla propria storia di attaccamento.

Una volta raggiunta questa consapevolezza, sarà essenziale esplorare la propria storia personale per comprendere quali “algoritmi relazionali interni” (tecnicamente chiamati “modelli operativi interni“) abbiano inconsapevolmente plasmato il tuo modo di porti e di approcciarti nelle relazioni. Questi modelli, ancora oggi, influenzano profondamente le tue decisioni sentimentali.

Diventare consapevole di essi è il primo passo verso il cambiamento. Questo lavoro di autoconsapevolezza ti permetterà di fare per il futuro scelte più consapevoli in modo da non ricadere ancora una volta negli stessi copioni sentimentali.

 

Se desideri guardare più a fondo e trovare le tue risposte, per uscire dal solito copione e fare delle scelte sentimentali più nutrienti sul lungo termine, puoi iniziare con un primo colloquio psicologico. Ricevo a Cologno Monzese o online. 

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Agnese Fiorino

Agnese Fiorino

Mi chiamo Agnese Fiorino. Sono una Psicologa, una Neuropsicologa ed una Psicoterapeuta. Mi occupo di affiancare in un cammino dentro l’anima coloro che vogliono darsi la possibilità di provare a trasformare la vita che hanno in quella che desiderano. Conosciamoci meglio

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