Quante volte al giorno ti capita di pronunciare frasi come “Mi sento in colpa”, “È colpa mia”, “Ho i sensi di colpa”?
Se sei come la maggior parte delle persone, probabilmente pronunci queste o frasi simili tante volte al giorno, spesso senza nemmeno accorgertene.
Tra le pareti del mio Studio è un tema che torna spesso. C’è chi si sente in colpa perché pensa di essere una cattiva madre, chi un cattivo partner, chi una cattiva figlia.
C’è chi si sente in colpa perché non riesce a provare gratitudine per ciò che ha, chi perché non ha voglia di andare a una festa o perché non vuole accettare un lavoro per cui altri farebbero carte false.
I sensi di colpa possono diventare vere e proprie sabbie mobili: più ci sprofondiamo dentro, più autocritica e biasimo ci trascinano verso il fondo, rendendo difficile riuscire a riemergere da soli.
Per quanto non sappia se questa storia sia davvero attribuibile al Dalai Lama, penso che possa comunque essere un buon modo per raccontare la differenza tra l’emozione di colpa in senso stretto e l’emozione di vergogna, che è quella che più spesso si nasconde dietro la comune espressione “sensi di colpa”.
Se ti interessa, ho scritto un articolo specifico sull’emozione di vergogna. Lo trovi qui nel blog a questo link.
L’emozione di colpa VS i sensi di colpa
Un giorno il Dalai Lama si trovava insieme a un gruppo molto numeroso di persone.
C’erano abitanti del posto, monaci e monache e una grande folla di occidentali.
Era possibile fare delle domande.
Domande sulla vita, sulla reincarnazione, sul karma.
Domande sull’amore, sul perdono, sulla malattia.
A un certo punto un occidentale gli chiese: “Per favore, caro Dalai Lama, come posso smettere di sentirmi così in colpa?”
C’era un traduttore che traduceva dall’inglese al tibetano. Il Dalai Lama lo guardò e gli chiese: “In colpa, amico mio? E che cosa hai fatto?”
“No, no”, rispose l’uomo. “Non ho fatto niente contro la legge. È che mi sento in colpa.”
Ci fu una grande confusione. Il Dalai Lama e il traduttore discussero a lungo.
Poi il Dalai Lama disse: “Senso di colpa significa che hai commesso un crimine. Hai fatto qualcosa che non doveva essere fatto. Allora sei ‘colpevole’. E quando succede, hai la possibilità di provare rimorso. Il rimorso è qualcosa di molto buono. È molto potente. Significa sentire il dolore che hai causato agli altri. Ti porta verso l’empatia, verso la compassione. E questo ammorbidisce e trasforma la mente. Ti porta a decidere che non farai mai più quella cosa. Questo è meraviglioso. La tua mente è cambiata. Quindi va tutto bene. Riconosci ciò che hai fatto. Confessa. Rimedia. Fai quello che puoi per riparare il danno. Il rimorso trasforma profondamente la mente. Questo è davvero qualcosa di molto positivo.”
“No, no”, disse l’occidentale. “Non è proprio questo. Non è “sono colpevole”. È una sensazione di “mi sento in colpa”. È come sentirsi male con se stessi. Una sorta di odio verso se stessi. Un senso di vergogna per ciò che si è.”
Il Dalai Lama sembrava perplesso. Guardò la folla e chiese: “Chi altro si sente così?”
La maggior parte degli occidentali alzò la mano. Fu un momento molto potente.
I sensi di colpa: quando dietro si nasconde l’emozione di vergogna
Questa storia illustra molto bene la differenza profonda tra l’emozione di vergogna e quella di colpa.
Nella vergogna, dentro ai cosiddetti “sensi di colpa”, ci sono tantissimi “io”: “Sono cattivo/a, sono inadeguato/a, sono inutile.”. Il focus dell’attenzione è totalmente interno. Diventiamo ripiegati su noi stessi, il mondo intorno scompare.
Nella colpa, invece, il focus dell’attenzione è su ciò che di sbagliato è stato fatto, sul comportamento. C’è l’attenzione all’altro danneggiato da noi, anche se in maniera involontaria.
Se davvero stiamo provando colpa, il pensiero tende ad essere: “Ho fatto qualcosa di sbagliato. Cosa posso fare affinché ciò che è successo non accada più?”
Quando proviamo vergogna, invece, il panorama interno cambia profondamente: iniziamo a pensare “C’è qualcosa di sbagliato in me.”
La differenza è sostanziale: nel primo caso possiamo guardare ciò che è accaduto, riconoscere un nostro errore, provare a comprenderne le conseguenze e, quando possibile, rimediare; nel secondo caso, invece, il giudizio non riguarda più ciò che abbiamo fatto, ma ciò che pensiamo di essere.
Torniamo un attimo ad uno degli esempi che avevo fatto all’inizio di questo articolo: “Mi sento in colpa perché non voglio andare a quella festa.”
Cos’è che davvero ci sta facendo soffrire? Probabilmente non ciò che non stiamo facendo di per sé, ma il significato che stiamo dando alla nostra azione.
“Sono egoista se penso a me stessa.” Oppure: “Sono una persona ingrata.” O anche “C’è qualcosa che non va in me se non sono felice per questa opportunità.”
Ecco che il problema non è più qualcosa che abbiamo fatto. Il problema siamo diventati noi.
Della vergogna si dice che più la proviamo, meno riusciamo a parlarne.
Si nutre di silenzi e di segretezza. Cresce proprio lì dove abbiamo imparato a percepire qualcosa di noi come così pericoloso nelle relazioni con gli altri da non poter essere mostrato, pena la percezione della rottura dei ponti che ci uniscono agli altri.
Ma allora vale la pena fermarsi a chiedersi: come abbiamo costruito queste credenze su noi stessi?
Quando e con chi abbiamo imparato a guardarci in questo modo?
La prossima volta che ti senti in colpa, prova a chiederti
Ho davvero fatto qualcosa che ha danneggiato qualcuno?Il problema è qualcosa che ho fatto o quello che temo che questo dica di me?
C’è una parte di me che sta cercando di proteggermi da qualcosa attraverso questo senso di colpa?
Se anche tu ti senti spesso in colpa…
Il punto non è cancellare le emozioni di colpa e di vergogna.
Sono entrambe, ognuna a modo proprio, emozioni sociali. Ci aiutano a vivere insieme agli altri, a spostare almeno in parte l’attenzione dal solo soddisfacimento dei nostri bisogni individuali e a tener conto di ciò che accade intorno a noi.
E per una specie come la nostra, il gruppo non è mai stato un semplice contorno: appartenere, essere accettati e mantenere i legami è stato, fin dagli albori della nostra storia, un bisogno fondamentale per la sopravvivenza.
Non a caso, essere considerati degli “svergognati” ci mette a rischio di esclusione sociale.
Colpa e vergogna, quando funzionano in modo adattivo, ci segnalano infatti qualcosa che potrebbe mettere a rischio la nostra relazione con gli altri: un comportamento che ha causato un danno, una violazione di regole condivise, il rischio di essere esclusi o rifiutati.
Il problema nasce quando non riusciamo più a rispondere a queste emozioni in modo flessibile, quando smettono di aiutarci a orientarci e diventano un tribunale permanente contro noi stessi.
Se vuoi, puoi contattarmi da qui.
Ricevo nel mio studio a Cologno Monzese, facilmente raggiungibile da Milano, Vimodrone, Cernusco, Brugherio, Sesto San Giovanni e tutta la zona Est di Milano.
È possibile anche un percorso online.
Anche scrivere e chiedere informazioni può essere un primo passo.



0 commenti