Sindrome di Pollyanna e positività tossica: quando l’ottimismo diventa evitamento
Ci sono persone che sembrano sempre trovare il lato buono delle cose: “Poteva andarmi peggio”…”Dai, almeno hai imparato qualcosa”…”Non pensiamoci, domani è un altro giorno”…Sembrano capaci di rialzarsi da qualunque evento difficile capiti loro, levandoselo di dosso con una scrollata di spalle. Anche di fronte a situazioni che altri affrontano con fatica queste persone sembrano forti, leggere, sorridenti. Alzi la mano chi, di fronte a questo tipo di reazione, non abbia mai provato un po’ di sana invidia e tanta ammirazione. “Ma come fai? Beato te!”.
Talvolta questo modo di reagire è figlio di un atteggiamento resiliente: le difficoltà piegano, ma non spezzano nè generano una reazione di avversione oppositiva nell’individuo.
Spesso, però, ciò che guida queste reazioni è una inconsapevole paura di sentire.
“Pollyanna che porta sempre il sole con semplici parole e buona volontà.”
Tanti di voi ricorderanno questo cartone, tratto dal libro di E. Porter del 1913: in esso si raccontavano le avventure della piccola Pollyanna orfana di madre e di padre che si ritrova a dover vivere con una zia fredda e poco disposta a tollerare l’intrusione della bambina nella propria vita solitaria. Questa zia però con il tempo si affezionerà sempre di più a Pollyanna grazie al gioco insegnatole da suo papà prima di morire: il famoso “gioco della felicità”. Per ogni evento la bambina doveva trovare qualcosa di positivo per cui essere felice, e più l’evento era doloroso più diventava per lei una sfida trovare qualcosa che le permettesse di continuare a giocarlo. Ad esempio, nel perdere l’uso delle gambe, seppure con fatica, Pollyanna riconosceva che sarebbe potuto andarle peggio: avrebbe potuto perdere la vista o sarebbe potuta morire.
Grazie a quel gioco Pollyanna aveva imparato ad andare avanti, ma possiamo iniziare ad intuire che in questo gioco non c’è mai spazio per ascoltare il dolore: nel suo caso ad esempio, la rabbia, la paura, la mancanza.
Premessa: sappiamo che l’ottimismo è una risorsa. Aiuta ad affrontare le difficoltà, a non sentirsi completamente impotenti, a restare attivi nella propria vita.
Le persone resilienti non sono quelle che non soffrono, ma quelle che riescono a stare nelle difficoltà senza spezzarsi.
E sappiamo anche quanto il modo in cui interpretiamo gli eventi influenzi il nostro stato emotivo.
Come diceva il Dr. Martin Seligman, lo Psicologo che ha studiato per più di vent’anni i processi cognitivi alla base della felicità e l’ottimismo lo stile pessimistico consiste essenzialmente nella tendenza ad attribuire agli eventi negativi caratteristiche di permanenza (“Non cambierà mai nulla, le cose andranno sempre male”), pervasività (Se ad esempio mi bocciano ad un esame e mi dico “Ho fatto male perché sono proprio un buono a nulla”) e personalizzazione (se l’altro mi lascia è sicuramente perché “Non vado bene io”).
Il processo inverso è invece dai lui definito speranza: la tendenza a spiegarsi gli eventi negativi come dovuti a cause transitorie e circoscritte a quello specifico evento negativo.
Ma allora, se l’ottimismo è una risorsa perchè si parla di Sindrome di Pollyanna?
Quando l’ottimismo si trasforma in evitamento
Esiste una differenza sottile ma fondamentale tra un ottimismo che accompagna ed un ottimismo che copre.
Quando ogni emozione difficile deve venire subito messa da parte, soppressa o trasformata in qualcosa di positivo allora siamo di fronte ad un meccanismo di funzionamento rigido ed inflessibile: quella che oggi viene chiamata “positività tossica” e che sui social facilmente puoi trovare espressa con frasi motivazionali come “good vibes only” o ” no negative energy“.
Non di rado la tendenza compulsiva a disascoltare i segnali interni, ossia il dolore e le emozioni più difficili da provare, è figlia di una strategia di sopravvivenza antica.
E’ una reazione tipica degli ambienti in cui si è percepito continuamente che le figure che più tenevano spesso tra le braccia potevano tollerare solo certi tipi di emozioni, che avevano bisogno per essere soddisfatte o per non entrare in stati di disagio di alcuni tipi di informazioni e non di altre (” va tutto bene”, “sono felice”) o che si aspettavano e potevano tollerare solamente certi tipi di comportamenti e mai altri.
Già nel corso del primo anno di vita In questi ambienti il bambino impara che per mantenere il legame vitale con gli adulti che lo circondano deve inibire l’espressione libera di certi tipi di stati emotivi o di bisogni enfatizzando, di contro, altri, complementari a quelli che realmente prova.
Se sente tristezza, inconsapevolmente sorride.
Se ha paura, inconsapevolmente si mostra forte.
Se ha bisogno, fa inconsapevolmente finta di non averne.
Se prova rabbia per l’altro spesso inconsapevolmente inizia a dirigerla verso di sè.
Così smette di usare le proprie emozioni come bussola. Le nasconde, le riduce, le trasforma perchè intuitivamente sente che sentire è pericoloso.
Sentire potrebbe costargli ciò che ha più bisogno di tenere: il legame.
Il prezzo dell’ottimismo a tutti i costi
Non di rado coloro che hanno imparato a non fare mai affidamento su ciò che provano si ritrovano ad un certo punto nella propria vita disallineati ed estranei a loro stessi.
Di fronte a certi eventi di vita il dolore, le emozioni ed i bisogni esiliati perchè ritenuti insicuri da poter provare a causa della mancanza di una legittimazione, di un ascolto e di un contenimento esterni nell’infanzia, iniziano a diventare sempre più intensi.
Spesso si inizia a sentire di avere come un mostro dentro che fa paura. Si teme che ascoltarsi significhi perdere il controllo, finire travolti dalla tristezza senza riuscire più a tornare indietro, impazzire.
La mente per difendersi cerca ancora una volta di fuggire da se stessa: crede erroneamente che il problema sia l’emozione, mentre in realtà non sa che il problema è in ciò che l’emozione invano sta tentando di segnalare.
Il corpo manifesta segnali che la persona fatica a decodificare: insonnia, ansia, panico, stanchezza, inquietudine, irrequietezza, una sensazione vaga di vuoto. In alcuni casi ci si può ritrovare alle prese con stati che ricordano un episodio depressivo.
E una frase torna spesso nella mente: “Non dovrei stare così male, eppure…”.
Non ottimismo a tutti i costi nè pessimismo: una possibilità nuova
Non si tratta di smettere di vedere il lato positivo, di diventare pessimisti o di abbattersi. Si tratta di imparare a smettere di scappare dal dolore.
Le emozioni non sono un errore da correggere, bensì segnali necessari. Bruciano, allertano, danno fastidio e spesso non sono piacevoli da provare ma sono necessarie a tenerci vivi ed al sicuro.
Ci parlano di ciò che è importante per noi, di ciò che ci sta facendo male, di ciò da cui dobbiamo allontanarci o avvicinarci, di ciò che ha bisogno di essere visto.
Paradossalmente, è proprio quando smettiamo di evitarle che quella sorta di groviglio interno smette di aumentare di volume.
Se ti riconosci in questo modo di funzionare…
Forse non è perché “sei fatta così”. Forse è qualcosa che hai imparato…E quello che si impara, nel tempo, si può anche trasformare.
Se senti che è arrivato il momento di iniziare ad ascoltarti in modo diverso, possiamo farlo insieme.
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