Traumi e, soprattutto, traumi infantili: negli ultimi dieci anni, la consapevolezza del trauma ha oltrepassato i confini della professione psicologica ed è entrata nel quotidiano: il trauma è diventato tema di conversazione, materiale per blog, serie TV, articoli e podcast.
Sempre più personaggi pubblici condividono storie difficili: malattie, abusi, dipendenze. Si è iniziato quindi a parlare più spesso del “trauma singolo”, ovvero un evento (o un numero limitato di eventi) in cui la persona si è sentita improvvisamente impotente, sopraffatta, in pericolo di vita. Anche i governi e le istituzioni hanno iniziato ad attivare in certi casi risorse di cura per fronteggiare eventi straordinari, come cataclismi o violenze pubbliche, con una portata traumatica.
Del “trauma complesso” di cui il più diffuso esempio è il “trauma dello sviluppo”, invece, si parla ancora troppo poco e, purtroppo, spesso attraverso il filtro di pregiudizi che impediscono alle persone di comprenderne davvero la natura e la portata.
“Il trauma precoce porta a un adattamento, a un modo in cui distorciamo il nostro senso di sé e il senso dell’altro per adattarci a ciò che accade. Ed è questo che crea le difficoltà che sperimentiamo come esseri umani.”
– Dr. L. Heller
Come le ferite dell’infanzia plasmano la nostra identità adulta
Il ruolo fondamentale di come ci siamo sentiti visti o ignorati nello sviluppo del nostro sé
Il trauma complesso, il cui più frequente esempio sono i traumi infantili, viene limitato nell’immaginario collettivo ai soli eventi estremi accaduti da bambini: abusi sessuali, guerre, migrazioni, adozioni, rapimenti ed episodi di maltrattamenti fisici violenti.
In realtà, nella maggior parte dei casi, il trauma complesso non ha nulla di clamoroso: si traveste con la banalità di esperienze quotidiane che si ripetono all’infinito, segnando profondamente la mente della persona .
Questi eventi piccoli e ripetuti giorno dopo giorno per anni, specialmente se avvengono nell’infanzia, plasmano sul piano neurobiologico il cervello in crescita e sono alle radici di comportamenti duraturi nella vita adulta, come ad esempio le dipendenze, tra cui la dipendenza affettiva, i comportamenti autolesivi o eterolesivi ed il perfezionismo.
Ad oggi nel DSM – il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – purtroppo non esiste un’etichetta specifica dedicata al trauma complesso, specialmente per quello che riguarda i “traumi infantili”. Esso viene fatto rientrare nel PTSD, ovvero nel disturbo da stress post-traumatico, nato per descrivere i traumi da shock. Eppure questo approccio è limitante e dannoso, sia per i clinici che per i pazienti.
Già nel 1992, la psichiatra Judith Herman aveva proposto la categoria di cPTSD (disturbo post-traumatico complesso) per distinguere questo tipo di eventi traumatici dal trauma singolo.
Aveva infatti osservato che chi sopravviveva a traumi prolungati o ripetuti nella propria storia di vita, mostrava sia i sintomi tipici del PTSD (ipervigilanza, evitamento, blocco) che altre disregolazioni complesse in tre aree di funzionamento.
Credenze stabili e negative come “Sono indegno/a”, “Sono cattivo/a o dannoso/a”, “Sono sbagliato/a”, “Sono sporco/a o malvagio/a”, “Non merito”. In casi estremi: identità frammentata o dissociata, o addirittura assenza di senso di sé.
2. Difficoltà emotive
Chi ha vissuto un trauma complesso spesso ha difficoltà nel riconoscere e regolare le emozioni, non riesce a leggerle, oppure sviluppa una vera e propria fobia per l’esperienza emotiva interna, ne ha paura, cerca di evitare le emozioni o se ne dissocia. Tende ad affidare le proprie scelte solo al pensiero logico, escludendo completamente il sentire.
La persona che ha vissuto traumi dello sviluppo può oscillare drammaticamente tra un bisogno profondo dell’altro (spesso negato o minimizzato) e la fobia dell’intimità emotiva (intesa come paura di sentirsi vulnerabile, mettersi a nudo in una relazione di coppia o di amicizia). I rapporti possono diventare caotici, instabili, o del tutto evitati.
Ferite invisibili: sintomi e segnali nelle relazioni e nell’autostima
Come i traumi infantile si manifestano in ansia, difficoltà relazionali e bassa autostima
“L’essenza del trauma è la disconnessione da se stessi.”
– Dr. G. Maté
Negli ultimi anni gli studiosi del trauma complesso, entro la cui cornice il trauma infantile si pone, hanno allargato il loro campo di osservazione dalla famiglia all’intero ecosistema entro il quale le relazioni dell’individuo nascono e crescono.
Il trauma complesso infatti nasce quando due individui sono in relazione in una posizione gerarchicamente asimmetrica ed è possibile individuare nel modo di rapportarsi di chi è in posizione dominante con chi è in posizione vulnerabile modalità abusanti e di oggettificazione continue e ripetute.
Ovviamente questo riguarda moltissimo i bambini perché sono coloro che per anni hanno un innato bisogno di prossimità ai loro caregiver ma riguarda anche dinamiche esterne al contesto familiare: il contesto scolastico o amicale, situazioni di guerra, di povertà, o nel mondo adulto, dinamiche tipiche di certe coppie, del mondo sanitario, giuridico, politico e sociale più in generale
Come afferma il dottor Gabor Matè il trauma complesso è caratterizzato soprattutto dalla cronicità di disconnessione: “l’essenza del trauma è la disconnessione da sé”.
Questa disconnessione quanto più precocemente avviene quanto più ha un impatto grave sulla salute mentale e fisica di una persona.
I suoi effetti non si limitano all’infanzia, ma sono a lungo termine.
Il tratto più tipico delle persone con questo tipo di vissuto hanno dentro un profondo senso di vergogna e di odio per sè, che si riflette in insicurezze ed in una bassa autostima.
Influenza la salute della persona aumentando la probabilità di sviluppare disturbi autoimmuni o patologie croniche.
Ha un effetto negativo sulle capacità di apprendimento.
Rende più probabile il finire ed il restare in relazioni maltrattanti.
Aumenta il rischio di sviluppare dipendenze e comportamenti autolesivi e suicidari.
Ha una correlazione diretta con lo sviluppo di comportamenti devianti sul piano sociale.
Noi esseri umani siamo animali, mammiferi fortemente relazionali: siamo “programmati” per la connessione – e lo siamo più di tutti gli altri mammiferi. I nostri cuccioli sono tra i più fragili e dipendenti del regno animale: se pensi alle altre specie, i cuccioli guadagnano prestissimo l’indipendenza e l’autonomia. Ora pensa a un bambino o una bambina di un anno o due: quanto è autonomo e quanto potrebbe sopravvivere, senza accudimento?
Si dice che il prolungato bisogno di accudimento da parte di qualcuno di grande, forte e caldo, come un adulto, sia il compromesso che l’evoluzione ha escogitato per preservare il nostro cervello, che necessita di una grande scatola cranica per entrarci tutto, e permettere comunque il parto: quando i piccoli umani nascono, dopo nove mesi di gestazione, il cervello non ha ancora finito di svilupparsi.
Ci vorranno molti anni perché il cucciolo diventi autonomo a tutti gli effetti ed è in quegli anni che avrà necessità di qualcuno di adulto accanto a sé che vicari le funzioni mentali di cui non è ancora in possesso e lo aiuti a crescere.
L’essere umano, quindi, si sviluppa naturalmente immerso nelle relazioni.
Quando queste relazioni mancano o sono dannose, il bambino o la bambina costruisce una visione del mondo e di sé fondata sull’assenza, sulla disconnessione. Possiamo anche dire che uno dei più grandi problemi nella società occidentale, soprattutto negli ultimi due secoli, è aver progressivamente scollegato gli individui dal vivere collettivo, “in relazione”.
Lo studio del trauma dello sviluppo si radica nella Teoria dell’Attaccamento e grazie ai suoi autori più famosi (J. Bowlby, M. Ainsworth, D. Winnicott, R. Spitz tra gli altri) ha portato l’attenzione della psicologia, del mondo educativo e della società più in generale sul particolare tipo di dinamica relazionale entro cui si sviluppa il legame genitore figlio.
Guarire le ferite dell’infanzia
Percorsi terapeutici e pratiche efficaci dalla consapevolezza al cambiamento
Chi cresce in un ambiente amorevole e attento, dove le esigenze emotive e quelle fisiche trovano risposta, ha molte più probabilità di sviluppare un senso positivo di sé e competenze emotive e relazionali efficaci.
Al contrario, chi cresce in ambienti trascuranti, privi di connessione emotiva e fisica con le figure di riferimento, in cui avvengono maltrattamenti o umiliazioni (anche nei contesti al di fuori della famiglia) può invece manifestare molte problematiche, dalle difficoltà di apprendimento, ai disturbi del comportamento, fino a sintomi ansiosi o depressivi.
A differenza del trauma da shock, il trauma complesso si costruisce su un’assenza, la mancanza di una condizione di base sicura a cui poter tornare. In terapia spesso questa assenza viene descritta come un buco nero nelle viscere, privo di pensieri e di un inizio preciso nel tempo.
Uno degli studi più noti, che ha permesso di concentrare l’attenzione sugli effetti a lungo termine delle esperienze infantili avverse, è quello del dottor Vincent Felitti: negli anni ‘80 in California, in una clinica per l’obesità, condusse uno studio che portò alla creazione della scala delle Adverse Childhood Experiences (ACEs).
Lo studio aveva messo in luce che, per molte persone, l’obesità era una strategia di sopravvivenza che le aveva protette o tenute al riparo da esperienze peggiori, calmando il dolore. Risolvere il problema, in questi casi, non significava rimuovere il sintomo (l’obesità) ma lavorare sull’esperienza traumatica sottostante.
Le esperienze infantili avverse possono includere: abuso emotivo, fisico o sessuale, neglect emotivo (non sentirsi importanti per nessuno) o fisico (essere trascurati nelle necessità come mangiare, avere vestiti puliti, essere in salute), separazione o perdita dei genitori, violenza domestica tra adulti, familiari con problemi di dipendenze, malattie mentali o incarcerati.
Lo studio aveva così evidenziato che rimuovere il sintomo senza comprendere e curare la ferita, esponeva la persona al rischio di crollare: il cambiamento era vissuto come una nuova violenza. Molti sopravvissuti a storie traumatiche, oltretutto, hanno problemi di autostima e provano un forte senso di vergogna: non credono di meritare amore, fiducia o cura.
Gli studi più recenti, inoltre, hanno messo in luce anche delle sovrapposizioni cliniche tra Disturbo Borderline di Personalità (BPD) e trauma dello sviluppo.
Per affrontare gli strascichi adulti dei traumi infantili, contrariamente a quanto si pensava in passato, non è utile il solo raccontare più volte la storia.
Questo processo, infatti, spesso non aiuta a elaborare l’esperienza, anzi, può addirittura peggiorare lo stato della persona perché può finire per rafforzare i circuiti neurali legati al bambino che siamo stati, un bambino che ha vissuto sentimenti di non amore, che si è percepito cattivo, disperato o impotente.
La memoria del trauma, inoltre, non è sempre accessibile tramite il racconto verbale, soprattutto quando si tratta di esperienze preverbali, e può rimanere un “frammento” dell’esperienza codificato nel corpo solo come sensazioni. A volte, inoltre, si verifica una sorta di amnesia o dissociazione rispetto al passato traumatico.
Negli ultimi anni, la comunità terapeutica ha concordato quindi che il trattamento del trauma complesso debba essere a fasi, con un movimento avanti e indietro tra le stesse. La fase iniziale e la più lunga è quella della cosiddetta stabilizzazione, che implica la progressiva esposizione alla propria esperienza interiore, che le persone con trauma complesso tendono ad evitare a causa della paura delle proprie sensazioni fisiche ed emotive.
Il lavoro si concentra su un’osservazione non giudicante e aperta delle esperienze somatiche, per permettere alla persona di avvicinarsi con lentezza e un senso di accoglienza a se stessa, alla propria realtà corporea ed emotiva.
Quando la persona inizia a sentirsi al sicuro dentro di sé, si può passare alla fase successiva, che riguarda l’elaborazione dei ricordi traumatici, ma solo quando la persona è in grado di accogliere e affrontare questi ricordi in modo sicuro.
L’approccio terapeutico deve essere bottom-up, ossia dal corpo al cervello, e non top-down, ossia il solo raccontare a partire dai ricordi coscienti.
Questo perché il corpo si è modellato fisiologicamente attorno alle prime esperienze di mancanza, solitudine o paura, e contiene tutte le tracce di queste esperienze, anche quelle che non sono codificate nella memoria episodica a livello degli ippocampi, come accade per le esperienze dei primissimi anni di vita. Di conseguenza, questi individui vivono spesso in uno stato di allarme interno implicito, senza riuscire a sentirsi completamente al sicuro, né dentro né fuori di loro, senza però saperne il motivo.
Tra le tecniche utili per il trattamento del trauma complesso vi sono la Mindfulness somatica, l’EMDR e la Psicoterapia Sensomotoria, tutte modalità di lavoro orientate a coinvolgere direttamente il corpo e le sensazioni fisiche, piuttosto che le narrazioni verbali.
Come dice il professor Peter Levine, però, il trauma è qualcosa che può accadere frequentemente nella vita delle persone, ma non deve essere una condanna a vita.
Il primo passo è comprendere che ciò che oggi appare come un problema, è stato a lungo l’unica strategia di sopravvivenza.
Iniziando a lavorare sulla propria storia, per quanto ciò sia difficile o faccia umanamente paura o soffrire, diventerà possibile non sentirsi più intrappolati nel proprio passato o vittime della propria storia e riprendere con il tempo le redini del proprio futuro in modo nuovo.
Se qualcosa in questo articolo ha risuonato in te e provi il desiderio di approfondire, puoi valutare di contattarmi per un primo colloquio nel mio studio a Cologno Monzese o online se non abiti qui vicino.
Scopri come lavoro sui traumi : puoi scrivermi se ti va ed insieme possiamo capire se posso accompagnarti a trovare uno spazio e un tempo per guarire.





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