Il Disgusto: l’emozione dei confini
Immagina un animale affamato nel proprio habitat naturale: in quel momento ignorerà tutti gli altri bisogni che possono muoverlo solitamente, come ad esempio il bisogno di esplorazione o quelli relativi alla sessualità e la sua attenzione si focalizzerà unicamente sulla ricerca di fonti di nutrimento. Se è un carnivoro inizierà a cercare animali da cacciare, se è un erbivoro cercherà vegetali di suo gradimento. Finalmente si trova davanti ad un bel pezzo di carne, grosso, ricco di grasso da un lato ma pieno di vermi dall’altro, o davanti ad una mela o ad una banana in parte ammuffite…L’animale pur continuando a sentire acquolina in bocca alla vista del cibo e gorgoglii nella pancia vuota, rinuncerà a quel cibo nonostante la fame. Il disgusto, una delle emozioni primarie condivise da tutte le specie viventi, interverrà per bloccare l’azione: porterà l’animale a non ingerire quel cibo perché, pur essendo ricco di nutrienti e di calorie di cui ha bisogno in quel momento, potrebbe finire per farlo stare male o pe ucciderlo a causa delle tossine presenti.
Il bisogno di proteggersi dall’intossicazione prevarrà su quello di nutrirsi. A differenza degli animali noi umani non siamo invece altrettanto allenati nell’ascolto strategico dell’emozione di disgusto e non solo per ragioni legate alla biologia dei nostri organi di senso.
La Biologia dell’attaccamento: un bisogno primario congenito
Se hai già letto il mio blog post sulla vergogna saprai già quanto spesso siamo portati nel modo in cui la descriviamo a scambiarla con la colpa (ho i sensi di colpa…mi sento in colpa…) e quanto ad essa siamo sensibili senza nemmeno rendercene conto. Se l’emozione di colpa si focalizza sull’azione sbagliata, e sul come fare per non ripetere l’errore commesso. l’emozione di vergogna, che si sviluppa nel corso dei primi due anni di vita, si focalizza sul nostro essere sbagliati. Non a caso è chiamata anche il grande freno a mano delle altre emozioni, soprattutto quelle primarie come gioia, rabbia, paura, disgusto e tristezza: si innesca quando sentiamo che ciò che proviamo, come ci stiamo comportando, la nostra identità stessa è causa di rottura del ponte relazionale che ci unisce agli altri.
La vergogna ci ricorda che per come siamo finiremo per essere esclusi o abbandonati.
Noi Sapiens siamo una specie particolare anche rispetto agli altri mammiferi: abbiamo un cervello grosso in relazione alle dimensioni della testa che finisce la propria piena maturazione molto avanti nella vita, mediamente nel corso della terza decade, e che per essere sostenuto ha bisogno di un corpo sufficientemente grosso. L’età gestazionale alla quale nasciamo (nove mesi circa) è stata determinata da un compromesso biologico irrisolvibile: le dimensioni del canale del parto delle donne non sono ulteriormente allargabili e la circonferenza della testa di un bambino di due/tre anni circa, età alla quale il cucciolo umano ha iniziato a sviluppare le prime rudimentali autonomie da lì non passerebbe in alcun modo! Nessuna donna potrebbe partorire un bambino con una testa ed un corpo così grossi come quelli di un bimbo di quella età.
Ecco perché i nostri cuccioli iniziano la propria esistenza nella più totale dipendenza dagli adulti di riferimento: nove mesi per la nostra specie è una età troppo precoce per nascere perché i neonati sono privi di ogni totale autonomia ed anche nei mesi successivi, a differenza degli altri mammiferi che nel giro di poco tempo diventano pressoché adulti, avranno bisogno di attenzione e presenza totali per poter sopravvivere. Da solo un neonato, che in potenza ha già in sé alla nascita tutte le emozioni primarie perché sono innate, non ha i mezzi fisici per poterle gestire. Non sa tenere su la testa, non sa camminare, non sa scappare, non può lottare per la propria sopravvivenza, non sa mangiare, non ha controllo sul proprio corpo, non sa in alcun modo dialogare con i conspecifici.
Ecco perché siamo la specie più cablata per mantenersi in prossimità stretta con gli altri.
È dal legame che dipende la nostra sopravvivenza.
La vita del cucciolo umano dipende da quanto riesce a mantenersi vicino agli adulti di riferimento, da quanto riesce a stimolarne l’attenzione, a richiamarne la cura, a diventare una priorità nella loro organizzazione del tempo e delle risorse.
Non può farcela da solo.
La sua esistenza è legata a doppio filo alla presenza positiva dell’altro.
“Sono troppo sensibile”: empatia o assenza di confini?
Se stai leggendo questo blog post probabilmente anche tu ti sei detto/a o ti hanno detto che sei una persona “troppo empatica”. Una persona troppo buona. Che mette gli altri davanti. Che c’è. Che è sempre a disposizione. E che non riceve mai lo stesso trattamento da nessuno.
Chiariamo subito un concetto: essere una persona che ha a cuore l’altro, che è capace di coglierne i bisogni e di esserci quando serve, è una risorsa.
È una qualità importante, umana, profonda.
Ma l’empatia non è “sentire quello che gli altri stanno sentendo”, non è accontentare gli altri sempre o sentire di dover sempre mettere gli altri davanti a sè.
L’empatia, nella sua etimologia, viene dal greco en-pathos: essere nel sentire dell’altro. Aveva a che fare con il teatro, e descriveva la capacità dello spettatore di entrare nel pathos del personaggio sulla scena, di lasciarsi attraversare da ciò che l’altro stava vivendo, senza confondersi con lui.
Empatia vera significa risonanza e non fusione. E’ come quando qualcuno a cui vogliamo bene si sbuccia cadendo o ha la febbre: possiamo capire cosa sta provando perché è già successo anche a noi, e possiamo scegliere di aiutarlo per quanto nelle nostre possibilità.
Ma attenzione: non sgorgheranno anche dai nostri occhi le lacrime o non avremo anche noi la sensazione di ossa rotte.
Non saremo noi a prendere la tachipirina.
Non saremo noi a dover versarci il disinfettante.
Sentiamo con l’altro, non al posto dell’altro.
E questo fa tutta la differenza tra l’essere empatici e l’essere come la Nutella.
Dire sempre di sì e non dire mai di no agli altri: ovvero, cercare di essere Nutella
La Nutella è un alimento che mette d’accordo non tutti ma tantissimi. Piace perché è dolce. Il suo sapore è rotondo, la sua densità riempie, la sua consistenza, a differenza ad esempio del cioccolato con le nocciole che richiedono di essere triturate tra i denti, è morbida e non oppone resistenza alcuna al palato.
Nella mente delle persone che amano la Nutella mangiarla non chiede sforzo, è facile. Si fa mangiare con voracità perché va giù bene.
Il problema infatti con la Nutella, con la pizza o le patatine è che non dicono mai Ahi. Io sono sicura ad esempio che se quando addentassi la pizza con golosità (ammetto che sono una di quelle cui la Nutella non piace!) lei protestasse o si opponesse mi fermerei. Non la mangerei. Saprei di starle facendo male.
Molte persone, spesso senza accorgersene, hanno invece imparato a comportarsi come la Nutella (o come la pizza nel mio caso!): nei rapporti con amici, partner, figli, genitori, colleghi, datori di lavoro non mettono mai confini. Non dicono mai “no”.
Manifestano una dedizione totale, una disponibilità incondizionata, un totale orientamento sull’altro.
Ci si rende costantemente piacevoli, presenti, comprensivi, rassicuranti, servizievoli interessati ed interessanti
All’inizio, questo atteggiamento avvicina gli altri. Dopotutto a chi non piacciono le persone sempre sorridenti, a disposizione, che non creano mai problemi e portano sempre soluzioni? Il rendersi piacenti agli altri per un Sapiens è un asset relazionale enorme. Non si lascia mai indietro, da solo, ai margini del branco qualcuno che sentiamo indispensabile, servizievole, amichevole. Eppure, se il piacere agli altri diventa agito a scapito della propria integrità e ci si trasforma in Nutella senza dire mai ahi, o senza sentirlo nemmeno tra sé e sé questo diventa nel tempo fonte di grande e pervasiva sofferenza.
Il sentimento che emerge nel tempo è una rabbia silenziosa verso di sé e un risentimento crescente verso l’altro. Si finisce per pensarsi sempre usati, dati per scontati, manipolati, schiacciati. La solitudine nel lungo termine aumenta sempre di più.
I rapporti finiscono sistematicamente per diventare luoghi che drenano, e mai che riempiono.
Spazi in cui ci si toglie e mai si guadagna qualcosa. Come un cibo marcio, ci si inizia a sentire sempre più intossicati e mai davvero sfamati.
“Perché faccio troppo per gli altri?”
Quando dare troppo alle persone nasconde paure antiche.
I viventi sono organismi cablati per identificare con grande facilità e rapidità ciò che potrebbe generare dolore e sofferenza. Questo meccanismo lungi dall’essere un atteggiamento di tipo pessimistico o masochistico è semplicemente un vantaggio di tipo biologico che ha a che fare con il mantenersi vivi ed integri il più a lungo e il più efficacemente possibile. La paura, una delle emozioni primarie e che in forme semplificate esiste non solo in specie con un cervello più arcaico come quello dei rettili ma pare anche sotto forma di riflessi (pare!) nelle piante genera in tutti gli animali, noi umani inclusi, risposte codificate di sopravvivenza che vengono divise in attive e passive.
Le risposte alla paura (Fear) di tipo attivo che sono le prime a nascere nei viventi di fronte a qualcosa che percepiscono come una minaccia al sé, sono i famosi lotta (Fight), fuga (Flight), congelamento tonico o paralisi (Freeze) mentre quella passiva, usata come risorsa estrema quando le altre falliscono per portarci in salvo, è chiamata faint o collasso.
Nel corso del tempo a queste è stata aggiunta da Pete Walker, un terapeuta esperto nel trauma d’attaccamento complesso (hai già letto il mio articolo in merito? Altrimenti ecco il link) una quarta risposta di sopravvivenza di tipo attivo che entra in scena quando le prime tre non possono essere attivate o falliscono nel proteggere l’individuo prima di arrivare al Faint, o collasso. Per mantenere l’analogia nell’uso di termini tutti con la F, è stata chiamata Fawn che in italiano potrebbe essere tradotto sia con il tecnicissimo “Compiacenza compulsiva” che con il più semplice ed evocativo “fare Bambi” come il cerbiatto del cartone Disney.
In inglese fawn significa infatti accarezzare, adulare, mostrarsi sottomessi per compiacere. In Inglese fawn è anche il cerbiatto.
È una strategia attiva di sottomissione relazionale tipica del trauma relazionale nell’infanzia o in relazioni adulte che replicano schemi relazionali disfunzionali precoci.
Se un cucciolo ha paura dell’adulto di riferimento il suo sistema di attaccamento andrà in crash (puoi leggere in merito il mio articolo sui vari tipi di attaccamento) perché non può tenere insieme verso la stessa persona il bisogno di avvicinarsi ad essa per ricevere cura e protezione ed il bisogno di proteggersi da essa perché la sente minacciosa ed ostile o debole, spaventata e quindi spaventante. Il bisogno di legame vincerà su quello relativo alla tutela del sé: dopotutto un cucciolo umano nei primissimi anni di vita non può scappare di casa o lottare contro un adulto, può congelarsi al meglio ed infatti il freeze è insieme al fawn una delle risposte di sopravvivenza più tipiche dei traumi di attaccamento nell’infanzia.
Il fawn è però tra le due la più efficace sul piano relazionale: facendo “Bambi” si appare nella mente dell’altro disarmati, accomodanti, carini e teneri, arrendevoli e non problematici da gestire. Questa strategia inconsapevole finisce per disarmare un altro più grosso e potente percepito come ostile perché ci fa sembrare ai suoi occhi sottomessi e arrendevoli, rimuove la possibilità di risultare spiacevoli all’altro in alcun modo perché si diventa come privi di una propria intenzionalità e volontarietà. Grazie al fawn spesso si finisce per sentirsi in qualche modo amati, più al sicuro, meno a rischio di trascuratezza o di abbandono, meno impauriti.
In un costante stato di iper vigilanza, che sistematicamente agli occhi del mondo esterno passa inosservato, le persone che vivono costantemente dentro la risposta di sopravvivenza del Fawn passano senza neanche accorgersene tutto il tempo intente a cercare freneticamente di sintonizzarsi sulle frequenze attese della radio della mente dell’altro. “Sono come tu mi vuoi” cantava molti anni fa Mina e mai titolo di canzone fu più azzeccato per descrivere una strategia di sopravvivenza.
Il costo dell’uso automatico del fawn è però la totale perdita di sintonizzazione sulle frequenze del Sé, che finiscono per essere ignorate sistematicamente. A differenza dell’animale dell’esempio con cui ho aperto questo articolo chi usa il fawn come strategia relazionale negli anni non solo smette di conoscere i propri gusti, i propri desideri ma anche le emozioni legate alla sopravvivenza individuale: due tra tutte, rabbia e disgusto. In effetti, quando oggi si parla di “relazioni tossiche”.
(per descrivere legami che si ripetono, in amicizia o in amore, e che ogni volta ci fanno stare male),
il problema non è nella “tossina”. Il problema è che non siamo riusciti a riconoscere o non ci siamo sentiti liberi di legittimarci il nostro disgusto. Se gli occhi, la pelle o la lingua fossero stati liberi di registrare la puzza, di assaggiare e poi di sputare, forse avremmo riconosciuto che quel “cibo” non era adatto a noi prima di mandarne giù grossi pezzi e finire poi gravemente intossicati.
Nel mio lavoro clinico, una delle cose più preziose che vedo accadere, spesso lentamente, è proprio questo: la riabilitazione del disgusto.
Il disgusto, per quanto spiacevole da provare sia, come tutte le emozioni è necessario. Esso diventa infatti, quando lo si impara ad ascoltare, una bussola preziosa, che ci aiuta a distinguere cosa ci nutre da ciò che ci danneggia. Cosa fa per noi, e cosa no. Relazioni che apportano qualcosa reciprocamente grazie allo stare insieme e rapporti che invece non sono relazioni perché a senso unico, in cui ci si sente “bravi”, “utili”, “rsponsabili”, “adeguati” (e quindi forse amabili un giorno chissà…) ma in fondo profondamente soli, mai davvero insieme.
Lo scopo non è imparare a non avere bisogno degli altri.
Non sarebbe neanche realistico: il bisogno, in senso stretto, è tipico dei cuccioli nei primi anni di vita, ma noi Sapiens siamo una specie sociale, fatta per la relazione. Il punto è un altro: imparare a stare in un “noi” in cui si guadagna qualcosa entrambi senza dover perdere se stessi.
Se qualcosa di questo ti ha risuonato…
Puoi contattarmi per per un primo colloquio.
Come Psicologa a Cologno Monzese ricevo in uno spazio riservato e tranquillo,
raggiungibile facilmente anche da Brugherio, Vimodrone, Sesto San Giovanni e Milano zona Est.
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Lavoro con persone che sentono il bisogno di riconnettersi con il proprio sentire, di rimettere al centro la propria voce interna, anche quando è rimasta in silenzio a lungo..





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