22 Mag 2025

Sentirsi inadeguati e sempre sbagliati: l’emozione di vergogna.

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La vergogna, l’esperienza interna senza nome

A tanti capita di sentirsi poco o sempre meno degli altri, inadeguati, sbagliati, mai all’altezza. Anche a te?

Questi sono tutti temi frequenti nelle persone con cui lavoro…

Eppure, quando chiedo alle persone quale sia per loro l’emozione più dolorosa, ricevo risposte molto diverse.
Molti, specialmente donne, dicono che è la rabbia: un’emozione difficile da esprimere perché temono che possa allontanare gli altri.
Altri indicano la tristezza, soprattutto chi vive un conflitto interno con la propria vulnerabilità, quasi avesse una fobia del mostrarsi fragile.
C’è anche chi teme perfino la gioia, perché ha imparato, magari a sue spese, che lasciarsi andare può diventare pericoloso: ogni momento di rilassamento viene vissuto come una potenziale minaccia, come l’anticamera di una nuova delusione.

Nessuno però nomina mai la vergogna.

Eppure, nel lavoro terapeutico, emerge spesso che la vergogna è un’emozione tanto familiare quanto sconosciuta.
Presente, sì, ma raramente identificata. Si sente, ma non si nomina. È come un sottofondo costante che abita il corpo e i pensieri di cui non siamo pienamente consapevoli.

Anche noi clinici, chissà perché, ne parliamo poco nei nostri contenuti divulgativi.
Eppure negli ultimi anni, come comunità psicologica, abbiamo iniziato a riconoscere quanto la vergogna sia alla radice di molte forme di sofferenza profonda.
Non solo è presente, ma spesso partecipa attivamente al mantenimento di diversi disturbi emotivi: pensiamo agli atti autolesivi, alle dipendenze, ai disturbi alimentari, alla depressione e al disturbo borderline.
È un ingrediente ricorrente anche in esperienze come l’odio per sé, l’autosabotaggio e molti degli stati interiori vissuti da chi ha affrontato traumi relazionali complessi.

La vergogna, l’emozione bifronte

Se hai visto anche tu quel piccolo gioiello di animazione che è Inside Out 1, ricorderai che Riley alla nascita ha già dentro di sé cinque emozioni fondamentali: gioia, disgusto, rabbia, tristezza e paura.
Queste sono chiamate emozioni primarie, perché, secondo alcune teorie psicologiche come quelle di Ekman e Izard, sono innate, già presenti come “dotazione biologica di serie”.
Servono ad orientare il comportamento dell’individuo in risposta a stimoli esterni o interni, con lo scopo di garantirne la sopravvivenza.
Sono emozioni comuni a tutti gli esseri umani e, in parte, anche agli altri animali.

Le cosiddette emozioni secondarie, invece, tra cui la vergogna, compaiono più tardi nel corso della vita perché sono collegate allo sviluppo individuale all’interno del contesto sociale.
Sono tipiche delle specie mammifere, e particolarmente rilevanti per noi esseri umani che nasciamo profondamente dipendenti dagli adulti della nostra specie.

Questo avviene perché il nostro cervello, così grande e complesso, richiede molto tempo per maturare: l’evoluzione ha quindi “scelto” di renderci fragili e interdipendenti per molti anni, più di qualsiasi altro mammifero, per preservare la nostra ricchezza cognitiva, il  grande tratto distintivo dei Sapiens.

Ed è proprio per questo che siamo così sensibili alla vergogna.

Come mammiferi abbiamo tutti bisogno di appartenenza, di accettazione, di sentirci visti e apprezzati.

In questo senso, la vergogna ha una funzione sociale utile: regola la vita in gruppo, previene comportamenti che potrebbero danneggiare la coesione ed il benessere di gruppo.

Un tempo, la gogna pubblica serviva proprio a questo: non solo puniva l’individuo, ma manteneva l’ordine nella comunità. Rappresentava infatti anche un deterrente per gli altri, una forma di mantenimento del controllo sociale e di riaffermazione delle norme condivise. Anche oggi, molte regole educative si basano su questo principio: salutare, ringraziare, rispettare spazi e tempi condivisi.

Sono norme che mantengono l’armonia, ci rendono più piacevoli agli occhi degli altri e favoriscono il senso di appartenenza al gruppo perché nessuno può sopportare i costi dell’esclusione.

Un tempo, infatti, essere esclusi significava spesso morte fisica certa; oggi, anche se non più fatale, l’esclusione resta una fonte di profonda sofferenza e può diventare un veicolo di atti di disperazione.

La vergogna quindi, come tutte le emozioni, non è nè buona nè cattiva: è utile. Blocca l’espressione individuale quando essa confligge con l’appartenenza alla collettività. E’ necessaria per preservare la collettività evitando comportamenti del singolo che possano danneggiare il gruppo. Dopotutto, a chi piacerebbe vedere persone compiere atti legati all’espletamento delle funzioni fisiologiche in pubblico senza remore ad esempio?

E questa è la valenza sociale della vergogna. Ma quando per sentirti accettata/o ti senti ripetutamente costretto a tradire la tua integrità, la tua essenza, stai guardando all’altra faccia della vergogna, quello che ti fa guardare a te sempre attraverso una lente deformante.

È il lato cronico della vergogna, che alcuni chiamano “tossica”.

La vergogna cronica, il freno a mano sul Sè

Pare che la vergogna nelle relazioni cominci a svilupparsi nei bambini tra i sei mesi e i due anni di età, proprio nel periodo in cui iniziano a portare nel mondo emozioni e desideri individuali.
Desideri ed emozioni che,nella percezione del bambino, quando vanno in conflitto con il bisogno primario di mantenere una relazione positiva con i propri adulti di riferimento devono essere soppressi.

Pensa, ad esempio, a un bambino che all’inizio dello svezzamento inizia a sputare le prime pappe.
Dopo mesi di latte tiepido e dolce, il gusto insipido delle verdure è uno shock per il palato. Il bambino reagisce come può: sputa, fa smorfie, serra la bocca.

L’emozione di disgusto sta funzionando perfettamente dal punto di vista dell’individuo.

Se in quel momento l’adulto si spaventa, si arrabbia o, esasperato, si mette a piangere perché nel vedere che il bambino “non mi mangia”  pensa ad esempio di essere un genitore inadeguato, quel piccolo apprenderà una cosa molto più profonda di “le verdure fanno bene”.

La paura o la rabbia  (emozioni che raccontano una informazione sul genitore, un suo momento di difficoltà, un suo modo di essere in quel momento) arrivano al bambino come un’informazione su di sé: “quando faccio così, allora mamma o papà cambiano viso. Sono cattivo/Non vado bene”. Il disgusto diventa, nella regola che il bambino desume da queste esperienze ripetute la causa dell’allontanamento del genitore (“se non sputassi non se ne andrebbero”).

Il fallimento nel soddisfacimento di un proprio bisogno da parte dell’ambiente viene letto dal bambino come un proprio fallimento.

Le origini precoci del sentirsi inadeguati

Se il bambino, in risposta alla reazione del genitore, inizia quindi ad aprire la bocca e nota che il volto di mamma o papà si rasserena, allora comincerà ad associare una cosa molto semplice ma potente:

“Gli altri sono contenti di me quando non faccio, non cerco, non esprimo.”

Così, piano piano, se questa  esperienza è parte di una serie di micro esperienze ripetute tutte simili tra di loro impara a trattenersi.
A fare meno rumore.
A non disturbare.
A diventare “buono”, non in senso etico, ma in senso adattivo: buono perché quando non crea una espressione di malessere nell’altro le cose vanno meglio. 

Il disgusto, il mettere un confine sputando diviene nel mondo interno fonte di pericolo relazionale:  se sputo il cibo perdo il “ponte relazionale” con l’adulto.

La vergogna mette uno stop al sè preservando la relazione.

Purtroppo, educare attraverso la vergogna funziona, almeno nel breve termine.

Funziona quando l’obiettivo è ottenere obbedienza, spesso facendo leva – più o meno consapevolmente – su quello che comunemente si chiama “senso di colpa”

Il “senso di colpa” altro non è che l’induzione, consapevole o inconsapevole, della vergogna nel bambino.

“Se fai così, mamma/papà è triste.”

“Se non ti comporti bene, ti lascio qui.“

Anche se il messaggio non è esplicito, il bambino lo sente nel corpo: paura.
La paura che essere sé stesso possa rompere il legame più prezioso che ha.

Ed è proprio questo il cuore della vergogna, il grande freno a mano sul Sé, la più profonda delle paure:
il corpo si chiude, gli occhi si abbassano, ci si sente piccoli, cattivi, inadeguati, profondamente sbagliati. I pensieri diventano confusi, l’energia vitale si ritrae.

Alice Miller, psicoanalista, ha descritto bene tutto questo parlando di pedagogia nera: un’educazione che ottiene risultati immediati, ma lascia ferite profonde.

Quando il bambino impara ad associare il proprio poter essere in un certo modo (curioso, emotivo, autonomo, vulnerabile ad esempio) al rischio di perdere l’amore o l’approvazione dell’altro, inizierà a modificarsi nascondendo o cercando di eliminare alcune parti del Sè percepite come relazionalmente pericolose: la goffaggine, l’imperfezione, il non essere i migliori, lo sporcarsi, alcune caratteristiche fisiche, l’essere troppo o troppo poco qualcosa, essere diversi dagli altri tanto per citarne alcuni.

Con il tempo quella o quelle voci critiche esterne finiranno per diventare introiettate all’interno della mente e l’individuo diventerà il primo giudice di se stesso attraverso la voce carica di biasimo dell’autocritica.

Non è solo una voce interiore cattiva: è il tentativo di proteggersi, di controllarsi, diventando “accettabili”.

“Se sarò un bravo bambino, forse mi ameranno.”

“Se cambio me, forse le cose miglioreranno.”

In un certo modo l’autocritica fornisce speranza: è il coltello dalla parte del manico. Se cambio me ho una possibilità di salvezza

È anche un reminder costante, per il futuro, di non fare cose che possano rinnovare quel dolore antico.

Imparerà, per non provare più quella ferita, ad attaccare il sè, ad attaccare gli altri quando percepiti come coloro che “smascherano” la propria inadeguatezza, ad evitare di sentire o di pensare in maniera libera difendendosi da esperienze a rischio di disconferma, a ritirarsi da certe situazioni o dal mondo stesso nei casi più estremi.

E da lì inizia la fuga: nel perfezionismo, nella fantasia, nelle dipendenze, nell’ipercontrollo, in certi atteggiamenti compensativi di superiorità sprezzante, nel volare basso o troppo alto, nel ritiro sociale.

Tutti modi per scappare da una vergogna cronica che, come un interruttore interno, dice:

“Meglio non sentirsi. Meglio non mostrarsi se il costo è perdere la relazione con l’altro”.

Sotto questa separazione vive quasi sempre un conflitto di fedeltà interna: io o noi.
Da bambini scegliamo inevitabilmente il noi  la sopravvivenza passa dal mantenere il legame, anche a costo di sacrificare parti di Sè.
Ma da adulti quella fedeltà diventa prigione: continuiamo a difendere la relazione anche quando non c’è più nulla da salvare, e ci opponiamo a ogni cambiamento che rischi di turbare l’equilibrio.

La vergogna è la guardiana di questo patto antico.
Ci tiene fedeli all’immagine di noi che è stata accettata e ci punisce ogni volta che tentiamo di spostarci altrove.
Per questo il lavoro terapeutico non è indolore: rompe quella fedeltà cieca e chiede di costruirne una nuova, più ampia una fedeltà a sé stessi dentro la relazione, non contro di essa o solo in favore nostro.
È lì che il dolore diventa trasformazione: quando il “noi o io” smette di essere una scelta a somma zero e torna a essere un dialogo vivo

Vergogna e colpa

essere sbagliati VS aver sbagliato

Le persone tendono a confondere colpa e vergogna.

Si sente sempre parlare di colpa, eppure di solito non si parla mai davvero di colpa.

Colpa e vergogna sono emozioni che nascono in risposta a situazioni in cui percepiamo di aver fatto qualcosa di sbagliato o di aver deluso qualcuno. Tuttavia, si differenziano profondamente per il modo in cui riguardano noi stessi e gli altri.

La colpa è riparativa

La colpa nasce da un’azione o da un comportamento che sentiamo errato o dannoso. Quando proviamo colpa, ci concentriamo su ciò che abbiamo fatto e sentiamo il desiderio di rimediare, di aggiustare la situazione.

Esempio:
Immagina di aver detto qualcosa di offensivo a un’amica durante una discussione. Se provi colpa, ti viene spontaneo pensare:
“Mi dispiace, so di averti ferita. Cosa posso fare per rimediare?”

La colpa, quindi, riguarda un comportamento specifico e ti spinge verso un’azione riparativa, perché riconosci di aver fatto qualcosa di sbagliato ma sai che puoi cambiarlo o chiedere scusa. Il focus è su quanto è accaduto e su cosa fare per non farlo accadere mai più.

La vergogna parla di me, non dell’azione

La vergogna, invece, colpisce la tua identità profonda: non riguarda solo un comportamento, ma ciò che tu senti di essere come persona. Quando provi vergogna, il messaggio interiore è:
“C’è qualcosa di sbagliato in me, sono inadeguato, non degno di essere amato o accettato.”

Riprendendo l’esempio: se provi vergogna, non pensi tanto a quello che hai fatto, ma a chi sei tu in quanto persona. Potresti sentire che, indipendentemente da cosa dici o fai, non meriti vicinanza o amore, e questo ti porta a chiuderti o a nasconderti. Il focus è su di te. Un grande occhio di bue interno magnifica la cosa sbagliata, generalizza e ti ricorda quanto, ancora una volta, tu non abbia un valore come persona.

Ci si sente totalmente ed integralmente sbagliati, inadeguati, difettosi, inamabili per chi si è.

Se riesci a distinguere queste due emozioni, puoi anche imparare a gestirle meglio:

  • La colpa ti apre alla relazione, alla riparazione e alla crescita.

  • La vergogna richiede un lavoro più profondo, spesso in terapia, per ritrovare il senso di valore e accettazione di sé.

La vergogna ci fa guardare noi stessi attraverso lenti deformanti.
Si dice spesso che meno la nominiamo, più la proviamo: è così.
Quanto meno riusciamo a stare con i nostri difetti, con gli errori, con le parti di noi che temiamo possano non piacere, tanto più cerchiamo di nasconderci o di cambiare.
Temiamo che una scelta, un modo di essere, una fragilità possano farci sentire ancora una volta “sbagliati” o “diversi” agli occhi degli altri.
Così iniziamo a tagliare via aspetti magari vitali di noi, nel tentativo di essere accettati.
Ma in questo sforzo continuo, finiamo per esiliarci da noi stessi.
La vita si blocca. Le scelte diventano impossibili.
E la confusione interna diventa insopportabile.

Vergogna e trauma relazionale

Molte persone che portano in terapia storie di abbandono, rifiuto, umiliazione o trascuratezza emotiva non sanno di portare con sé anche una vergogna antica.

È una vergogna che non nasce da qualcosa che hanno fatto, ma da qualcosa che (non) hanno vissuto.

Non è la vergogna dell’azione, ma dell’esistenza.

Essere cresciuti in ambienti dove non c’era spazio per i propri bisogni, o dove si è stati visti solo a condizione di essere in un certo modo, può generare una sfiducia profonda nelle relazioni ed un senso interno di vuoto antico attorno al quale è stato necessario costruire strategie di sopravvivenza, tra cui alcune delle più diffuse sono il perfezionismo, la compiacenza, l’accudimento all’altro ed il sacrificio personale, l’autosufficienza compulsiva, l’uso di meccanismi di dipendenza quali tentativi di non sentire il dolore.

Nel tempo, questa vergogna si radica.

Diventa il filtro attraverso cui interpreti le esperienze, le relazioni, persino il futuro.

“Se davvero mi conoscessero, mi lascerebbero.”

“Se abbasso la maschera, perderò tutto.”

E invece la vergogna ha bisogno proprio dell’opposto: della luce.

Per poter essere guardata, va portata nello spazio della relazione sicura, dove si possa essere visti in tutte le proprie parti con uno sguardo amorevole.

E quello sguardo possiamo imparare, col tempo, ad offrirlo a noi stessi.

Sentirsi inadeguati: capita a tutti almeno una volta al giorno. Eppure, quando la voce della vergogna è l’unica con cui ti parli ed attraverso cui ti guardi la vita diventa difficile e dolorosa. In terapia lo scopo non è cancellarla ma metterla al proprio posto all’interno dell’orchestra delle emozioni affinchè non sia più l’emozione dominante della vita.

 

Nel mio studio di Psicoterapia a Cologno Monzese lavoro ogni giorno con persone che desiderano ritrovare uno sguardo più gentile verso sé stesse.
Insieme possiamo esplorare il significato di ciò che vivi e ricostruire un dialogo interno più autentico.

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Ti offro uno spazio sicuro dove non devi più continuare a mascherarti.

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Agnese Fiorino

Agnese Fiorino

Mi chiamo Agnese Fiorino. Sono una Psicologa, una Neuropsicologa ed una Psicoterapeuta. Mi occupo di affiancare in un cammino dentro l’anima coloro che vogliono darsi la possibilità di provare a trasformare la vita che hanno in quella che desiderano. Conosciamoci meglio

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